Il cuore in un box per le gite, l'audio della madre e i sette indagati: la morte di Domenico Caliendo
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Redazione Interno
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Sembrava un comunissimo cesto per le merende, di quelli che si usano per una gita fuori porta o per trasportare bibite all'esterno di uno stadio, quando l’urgenza del rinfresco si fa sentire tra un tifo e l’altro. Un banale contenitore di plastica, non sigillato, di quelli che si maneggiano con disinvoltura all’insegna del “chi beve-chi beve”. Eppure, è stato proprio quel box, portato a spalla e riempito con del ghiaccio secco, il protagonista silenzioso di una tragedia annunciata: al suo interno, infatti, era stato riposto il cuore donato, destinato al piccolo Domenico Caliendo, un bimbo di due anni in attesa di una nuova vita. L’organo, prelevato il 23 dicembre scorso da un donatore di quattro anni nell’ospedale di Bolzano, è arrivato all’ospedale Monaldi di Napoli in condizioni già compromesse, congelato da una temperatura che può raggiungere i settanta gradi sotto zero, un freddo capace di bruciare i tessuti e vanificare la speranza. La Procura partenopea, con il pm Giuseppe Tittaferrante, ha ora sette indagati per omicidio colposo in concorso — tra medici e paramedici — e l’ipotesi accusatoria, su sollecitazione della famiglia assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi, potrebbe aggravarsi fino al dolo eventuale.
L’audio choc della madre: “Lo ha fatto per disperazione”
Patrizia Mercolino, la madre del piccolo, non si è mai arresa. Neppure quando, sabato mattina, il cuore di Domenico ha smesso di battere dopo settanta giorni di agonia trascorsi attaccato a una macchina Ecmo, quel respiratore extrareo che teneva in vita il suo corpo mentre la speranza di un secondo trapianto svaniva. La donna si è presentata in Procura a Napoli con il suo legale, depositando una pen-drive contenente una registrazione audio destinata a diventare un pilastro dell’inchiesta. Nella conversazione, di cui lei stessa è parte, si sente la voce del chirurgo Guido Oppido — uno degli indagati — mentre comunica alla madre la decisione del comitato di esperti riunitosi al Monaldi: non c’è più niente da fare, le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo intervento. Ma è il passaggio successivo a gelare il sangue, più di quanto abbia fatto il ghiaccio secco sul cuore del bimbo. Alla domanda della madre sul perché, solo poche ore prima, lo stesso Oppido avesse dichiarato Domenico nuovamente trapiantabile, il medico avrebbe risposto di averlo fatto solo per disperazione, spinto dall’urgenza di rassicurarla in un momento di sconforto. Una frase, questa, che secondo la difesa della famiglia dimostrerebbe come il primario non avesse più la serenità necessaria per gestire il caso e che getta un’ombra pesante sulle valutazioni cliniche che hanno preceduto la fine del bambino -1-3-7.
Il ghiaccio secco, il box di plastica e la formazione mancata
Mentre la magistratura stringe il cerchio, emergono dettagli sempre più precisi su ciò che non ha funzionato nella logistica del trapianto. La procura vuole chiarire, tra le altre cose, perché l’équipe partita da Napoli per Bolzano non abbia utilizzato uno dei box termici di ultima generazione in dotazione all’ospedale dal 2024, strumenti in grado di monitorare costantemente la temperatura e garantire la corretta conservazione dell’organo. La risposta, drammatica nella sua semplicità, è che nessuno si è sentito di assumersi la responsabilità di portarlo, dal momento che il personale non era stato adeguatamente formato per utilizzarlo. E così, si è ripiegato su un metodo antiquato: un contenitore di plastica con del ghiaccio secco, quello che normalmente si usa per mantenere freddi i gelati o le bibite. L’audit interno dell’azienda ospedaliera ha certificato che all’apertura del contenitore, il secchiello con il cuore era completamente inglobato in un blocco di ghiaccio, rendendone impossibile l’estrazione. Nonostante il forte sospetto di un danno irreversibile da congelamento, l’intervento proseguì perché il cuore malato del piccolo era già stato espiantato e non c’era alternativa -2-8.
A complicare il quadro, si aggiunge una relazione del Dipartimento di Prevenzione Sanitaria della Provincia di Bolzano, inviata al Ministero della Salute lo scorso 18 febbraio. Il documento parla chiaramente di “significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli” durante la fase di espianto in Alto Adige. Vengono contestati una dotazione tecnica incompleta — con materiale refrigerante insufficiente —, incertezze nella gestione dell’anticoagulazione con eparina e problemi nella tecnica chirurgica, come un drenaggio inadeguato che avrebbe causato congestione di fegato e cuore, richiedendo persino l’intervento correttivo del team locale di Innsbruck. I carabinieri del Nas di Trento, intanto, hanno acquisito la lista di tutto il personale presente in sala operatoria a Bolzano quel 23 dicembre, concentrandosi su chi abbia materialmente fornito il ghiaccio secco e su quali fossero le procedure per la sua richiesta -1-8-9.
La battaglia di una madre e i sette indagati
Patrizia Mercolino, che nei giorni scorsi si è recata anche da un notaio per costituire una fondazione dedicata al figlio, continua la sua battaglia con una determinazione che il dolore non ha scalfito. Accanto a lei migliaia di messaggi di solidarietà giunti alla mail del suo avvocato, e un altarino spontaneo colmo di candele e pupazzetti davanti all’ospedale, a testimoniare un affetto che travalica la cronaca. L’inchiesta intanto procede su più fronti: il legale Francesco Petruzzi ha chiesto agli inquirenti di ascoltare la madre anche sulla tempistica dell’arrivo del cuore — lei sostiene che l’organo sia giunto alle 14.30, mentre la scheda clinica riporta le 14.18 — per dimostrare la coerenza della sua versione dei fatti, indipendentemente dagli accertamenti tecnici in programma sui cellulari. Nel frattempo, il numero degli indagati è salito a sette con l’iscrizione di una dirigente medico del Monaldi, e la procura ha disposto un incidente probatorio per affidare a un collegio di esperti, scelto dal giudice per le indagini preliminari, la ricostruzione tecnica di ogni passaggio: dall’espianto alla conservazione, dal trasporto all’impianto. Un passaggio cruciale per stabilire, una volta per tutte, se quella catena di errori potesse essere interrotta e se la morte del piccolo Domenico si poteva evitare -1-4-8.




