Domenico Caliendo, il tempo sospeso tra il clampaggio e il cuore congelato
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Redazione Interno
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La ricostruzione di quei minuti, quelli che separano la vita dalla morte tecnica in una sala operatoria, assume nei verbali della Polizia Stradale di Napoli il rigore di un dato oggettivo, lontano dalle percezioni soggettive che finora avevano alimentato il giallo degli orari. Il cuore nativo del piccolo Domenico Caliendo, estirpato dal suo torace, era ancora “vivo e pulsante” sul tavolo operatorio quando l’orologio segnava le 14.32 o, secondo altre annotazioni, le 14.34 di quel 23 dicembre. Il materiale video acquisito ieri mattina – quello girato da un’infermiera all’interno del Monaldi – si candida ora a fissare con inoppugnabile precisione il momento in cui l’organo del donatore, giunto in aereo da Bolzano, avrebbe dovuto essere già innestato. Si tratta di un elemento probatorio che, nel silenzio delle linee guida violate, restituisce la cronologia esatta di un evento che la Procura di Napoli, insieme al Nucleo Antisofisticazioni dei carabinieri, sta cercando di ricomporre come un mosaico di omissioni.
La relazione della stradale e il verbale che inchioda gli orari
Agli atti dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal sostituto Giuseppe Tittaferrante è confluita infatti una relazione di servizio della Polizia Stradale di Napoli, un documento che non lascia spazio a interpretazioni. Quel pomeriggio gli agenti avevano il compito di scortare i sanitari provenienti dal capoluogo altoatesino, dove ore prima era stato eseguito l’espianto; il loro rapporto definisce il margine temporale entro cui il contenitore isotermico – quello che custodiva l’organo poi rivelatosi irrimediabilmente danneggiato dal contatto con il ghiaccio secco – ha varcato i cancelli dell’ospedale. Per gli inquirenti, questo documento rappresenta uno spartiacque: permette di confrontare la realtà fattuale con quanto riportato nella cartella clinica, finita al centro delle contestazioni più gravi.
Proprio su quei fogli, la cui redazione è ora contestata come falsa, pende l’accusa di omicidio colposo per sette sanitari dell’ospedale partenopeo. Due di loro, il cardiochirurgo Guido Oppido e la seconda operatrice Emma Bergonzoni, devono rispondere anche del reato di falso ideologico. L’ipotesi accusatoria, alimentata dalle testimonianze del personale non indagato ascoltato nelle scorse settimane dal Nas, sostiene che gli orari siano stati manipolati per allineare artificiosamente l’inizio della procedura di espianto del cuore malato con l’arrivo del cuore nuovo, facendo coincidere due momenti che nella realtà sarebbero distanti almeno una dozzina di minuti.
Le parole del caposala e il video che attende la copia forense
A corroborare questa ricostruzione è il racconto di chi quella scena la visse, come il coordinatore infermieristico Francesco Farinaceo, il quale ha verbalizzato lo sconcerto nel vedere il torace del piccolo già “vuoto” prima ancora che il contenitore proveniente da Bolzano fosse aperto. La sua esclamazione, riportata in un clima di crescente tensione, racchiude il dramma di una sincronizzazione mancata: l’equipe napoletana aveva proceduto al “clampaggio” – la manovra che isola il cuore dalla circolazione sanguigna preparandone l’asportazione – mentre l’organo donatore era ancora in transito.
La svolta investigativa di queste ore, però, porta la firma della tecnologia. Il sequestro del cellulare di un’infermiera presente in sala, un dispositivo che sarà sottoposto a copia forense il prossimo 26 marzo, introduce nelle carte processuali la possibilità di una prova visiva incontrovertibile. La donna, sentita come testimone, ha riferito ai pm che una collega attendeva con il telefono in mano il momento dell’arrivo del nuovo cuore per immortalarlo, tenendo così “sott’occhio l’orario”. Se il video esiste ancora nella memoria del dispositivo – e se confermerà che l’apertura del box avvenne solo quando la cardiectomia era già ultimata – si tratterebbe di un elemento capace di scardinare definitivamente la versione ufficiale contenuta nei documenti clinici.
L’ascolto della madre e il nodo dei quattordici minuti
Nell’ambito di questa serrata verifica dei tempi, la Procura ha voluto ascoltare anche la voce più ferita: quella di Patrizia Mercolino, la madre di Domenico. Sentita per sommarie informazioni, la donna ha messo a verbale un dettaglio che incrocia perfettamente i dati forniti dalla Polizia Stradale, ovvero che il contenitore con il cuore giunse al Monaldi intorno alle 14.30. Una testimonianza che, se incrociata con le risultanze dell’autopsia e con le dichiarazioni rese da altri operatori sanitari, ridisegna i contorni di una sequenza operativa che appare sempre più distante dai protocolli.
I sanitari non indagati ascoltati da pm e Nas hanno infatti delineato uno scenario in cui il margine di errore, quello che separa l’inizio dell’intervento dall’arrivo dell’organo, si aggira tra i dieci e i quattordici minuti. Un lasso di tempo, nella chirurgia dei trapianti pediatrici, che trasforma un intervento ad alto rischio in un azzardo letale, soprattutto quando l’organo sostitutivo si presenta all’apertura della busta termica non solo in ritardo, ma già compromesso nella sua struttura dai danni da freddo. Il cuore, una volta estratto dal ghiaccio secco che lo avvolgeva, apparve ai medici come una “pietra” inservibile, vanificando ogni successivo tentativo di reimpianto.




