Il giallo del cuore congelato e le chat choc: la procura stringe il cerchio sulla morte di Domenico Caliendo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scomparsa del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo venuto a mancare il 21 febbraio scorso dopo un trapianto cardiaco eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli, non smette di riservare colpi di scena e dettagli agghiaccianti, sui quali la Procura partenopea cerca di fare piena luce. Non si tratta soltanto, infatti, della presunta catena di errori che avrebbe portato all’utilizzo di ghiaccio secco al posto di quello tradizionale per la conservazione dell’organo prelevato a Bolzano, circostanza che avrebbe letteralmente “bruciato” il cuore del donatore rendendolo di fatto inutilizzabile. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal pm Giuseppe Tittaferrante, si concentrano ora su un ventaglio di ipotesi che spaziano dalla gestione dei tempi in sala operatoria fino ai conflitti interni al personale, emersi in tutta la loro crudezza da alcune chat WhatsApp finite nel fascicolo.

Sono sette, al momento, i medici e i sanitari iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Tra questi figurano il chirurgo Guido Oppido e la collega Gabriella Farina, finita al centro delle polemiche anche per le dichiarazioni dell’ex primario del reparto, Giuseppe Caianiello, il quale ha sollevato più di un dubbio sulle sue competenze in materia di espianti. Una vicenda, quella della morte di Domenico, che ha ormai valicato i confini della cronaca locale per approdare in Consiglio regionale della Campania, dove è stata fissata una seduta monotematica per l’8 aprile, e che continua a tenere banco nelle aule giudiziarie.

Il dramma in sala operatoria: quarantacinque minuti senza cuore e il tentativo disperato di scongelarlo

Gli elementi raccolti dagli inquirenti dipingono lo scenario di un pomeriggio drammatico, quello del 23 dicembre, in cui la speranza si sarebbe trasformata in tragedia. Secondo quanto ricostruito, l’équipe del Monaldi avrebbe proceduto alla rimozione del cuore malato del piccolo Domenico prima ancora di aver verificato lo stato di conservazione di quello nuovo, appena giunto dall’Alto Adige. Un errore madornale, se confermato, che avrebbe lasciato il bambino per circa quarantacinque minuti senza alcun supporto cardiaco, se non quello della macchina cuore-polmone, in attesa di un organo che si sarebbe rivelato inservibile. Quando il contenitore termico è stato aperto, ci si è accorti che il cuore era inglobato in un blocco di ghiaccio secco, una sostanza che raggiunge temperature bassissime, incompatibili con la vitalità dei tessuti.

A raccontare i momenti di panico successivi sono state le parole, dirette e sgomente, di alcune infermiere presenti in sala, le cui conversazioni su WhatsApp sono state acquisite agli atti. “Non va... zero... è una pietra”, avrebbe scritto la caposala in un messaggio, mentre una collega rispondeva con un commento che suona come una sentenza: “Mamma mia, se lo portano sulla coscienza”. La disperazione clinica ha portato i medici a un tentativo estremo: scongelare l’organo immergendolo in acqua calda e utilizzando un grosso siringone, nel vano tentativo di recuperarlo. Uno stesso sanitario, secondo quanto riportato, avrebbe preso in mano il cuore esclamando: “Questo non farà neanche un battito”. E così è stato, nonostante l’impianto venisse comunque effettuato, costringendo poi i medici a ricollegare Domenico all’Ecmo, la macchina per il supporto vitale che lo ha tenuto in vita per i due mesi successivi, fino alla morte.

Lo scontro sulle competenze e le indagini interne all’azienda

Parallelamente al dramma clinico, emerge un quadro di tensioni e conflitti all’interno del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi. Un tecnico perfusionista, ascoltato dagli inquirenti, ha descritto un ambiente di lavoro pesantissimo, caratterizzato dal carattere ritenuto “difficile” del dottor Oppido, tanto da aver causato, negli anni, l’abbandono dell’ospedale da parte di una cinquantina di professionisti. A ciò si aggiungono le accuse incrociate relative alla gestione dell’espianto a Bolzano. L’ex primario Caianiello ha dichiarato in televisione che la dottoressa Farina, la quale aveva lavorato con lui in passato, non avrebbe mai eseguito un prelievo di cuore in autonomia, ipotizzando che possa essere stata “costretta” da Oppido a partire per l’Alto Adige nonostante la mancanza di esperienza. Una ricostruzione, quella di Caianiello, che al momento non ha trovato riscontri formali nell’inchiesta, ma che getta un’ombra inquietante sulle dinamiche decisionali che portarono alla scelta dell’équipe viaggiante.

La direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, ha respinto al mittente le accuse di presunto insabbiamento, rivendicando in una lettera al quotidiano Il Mattino come le verifiche interne fossero scattate già il 30 dicembre, con l’audizione del chirurgo e del responsabile del programma trapianti, ben prima quindi che la vicenda deflagrasse mediaticamente. Un fascicolo di 296 pagine, frutto di quelle indagini interne, sarebbe stato messo a disposizione della magistratura fin dall’11 gennaio, a riprova, secondo la manager, della volontà di piena collaborazione.

Anomalie documentali e nuovi accertamenti peritali a Bari

A complicare ulteriormente il quadro, si aggiungono le anomalie riscontrate nella documentazione clinica. L’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, ha denunciato la mancanza di alcuni documenti cruciali, come il diario di perfusione, il tracciato che attesterebbe il momento esatto in cui al piccolo Domenico è stato rimosso il cuore malato. Un documento fondamentale per stabilire la sequenza temporale degli eventi e capire, tra le altre cose, se il clampaggio aortico sia stato effettuato prima o dopo la scoperta delle pessime condizioni dell’organo proveniente da Bolzano. La stessa cartella anestesiologica, secondo il legale, non sarebbe stata ancora trasmessa dall’ospedale, nonostante le richieste.

Nel frattempo, la macchina giudiziaria procede spedita verso l’incidente probatorio, che dovrebbe concludersi l’11 settembre, e che servirà a cristallizzare le prove, a cominciare dall’autopsia sul corpicino del bambino. Una tappa fondamentale di questi accertamenti si svolgerà all’Istituto di Medicina Legale di Bari, dove il prossimo 28 aprile i periti analizzeranno sia il cuore del piccolo Domenico, sia quello espiantato a Bolzano e finito per essere trapiantato, entrambi sotto sequestro. Un esame, quello barese, che potrebbe fornire risposte definitive sull’esatta causa del danneggiamento dell’organo e sulle responsabilità dei sette indagati, in un’inchiesta che continua a scavare tra faldoni, testimonianze e chat, alla ricerca di una verità che la famiglia del piccolo attende ormai da troppi mesi.

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