La madre di Domenico a "Domenica In": «Nessuno ci disse che il cuore era arrivato congelato, lo abbiamo scoperto dai giornali»
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Redazione Interno
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Patrizia Mercolino, la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto lo scorso 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito, è tornata a raccontare la sua storia. Ospite del salotto di "Domenica In" insieme al marito Antonio Caliendo e all’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha voluto spiegare le ragioni di una presenza così costante sui media: «Se continuiamo ad andare in televisione è perché vogliamo ricordare Domenico e aiutare gli altri bambini. Questa cosa non deve succedere più a nessun bambino, nessun'altra famiglia deve soffrire come noi». Un dolore che cerca uno scopo, insomma, trasformandosi in un monito e in un progetto concreto. Accanto a loro, il legale ha annunciato l’intenzione di aprire una fondazione intestata al piccolo, un’iniziativa che richiede però il raggiungimento di una cifra necessaria per la costituzione formale, e per la quale è già arrivato il sostegno pubblico di Sal Da Vinci, vincitore dell'ultimo Festival di Sanremo, che ha promesso l'organizzazione di una partita di beneficenza con la Nazionale italiana cantanti.
La scoperta della verità e la mancata comunicazione
Nel corso dell’intervista con Mara Venier, uno dei passaggi più drammatici è stato quello relativo alla consapevolezza di ciò che era realmente accaduto al cuore destinato al loro bambino. Patrizia Mercolino ha raccontato di aver appreso solo successivamente, e per giunta dalla lettura dei giornali, le reali condizioni in cui l’organo era giunto a Napoli. «Nessuno ce lo ha detto», ha affermato con amarezza, riferendosi al fatto che il cuore, prelevato da un donatore di quattro anni a Bolzano, fosse stato danneggiato a causa dell’esposizione a temperature eccessivamente basse, provocate dall’uso di ghiaccio secco durante il trasporto. Dopo l’operazione del 23 dicembre, le era stato semplicemente riferito che il cuore «non partiva», senza fornirle spiegazioni sull’origine del problema. Una scoperta, quella dell'avvenuto congelamento dell'organo, avvenuta il 7 gennaio, che ha gettato una luce ancora più tetra su una vicenda già segnata dalla sfiducia, acuita da quella «brutta sensazione» che la madre aveva provato fin dalla telefonata che annunciava la disponibilità dell'organo.
Il calvario clinico e le promesse a un figlio
La storia clinica di Domenico era iniziata quando aveva appena quattro mesi, con una diagnosi di cardiomiopatia dilatativa che lasciava poche speranze: i medici avevano spiegato ai genitori che, senza un trapianto, il bambino non avrebbe superato i cinque o sei anni di vita. Da allora l'attesa era diventata il centro delle loro giornate, fino alla chiamata della vigilia di Natale del 2025. I genitori hanno ripercorso le fasi dell’operazione e i lunghi giorni trascorsi dal bambino in ECMO, la circolazione extrarea che ne ha sostenuto le funzioni vitali per due mesi, un periodo definito dai sanitari stessi come insolitamente lungo e carico di complicanze. In quel contesto di sofferenza e di speranza che progressivamente si affievoliva, Patrizia ha raccontato di aver fatto una promessa al figlio mentre questi stava morendo: «Gli ho fatto due promesse: che avrà giustizia e che nessuno lo dimenticherà». Una promessa che la sta portando a battersi affinché la vicenda non venga archiviata frettolosamente e che ha trovato riscontro nell’inchiesta aperta dalla Procura di Napoli, dove al momento risultano indagati sette sanitari tra medici e paramedici con l’ipotesi di accusa di omicidio colposo.
Gli elementi tecnici dell'inchiesta e la svolta sugli indagati
L’avvocato Francesco Petruzzi, intervenuto in trasmissione, ha fornito ulteriori dettagli sulle risultanze investigative, spostando l’attenzione dal solo danno da ghiaccio secco a un quadro più complesso di presunte negligenze. Secondo il legale, infatti, «il vero errore fatale non è stato il ghiaccio secco, ma la mancanza di monitoraggio della temperatura per tutto il viaggio». Una circostanza che sarebbe aggravata dal fatto che il contenitore utilizzato per il trasporto, stando a quanto affermato, non sarebbe stato a norma dal 2018, nonostante le direttive ne imponessero la dismissione. Una ricostruzione che sembra trovare parziale riscontro anche nelle relazioni pervenute dal dipartimento di Prevenzione Sanitaria di Bolzano, dove si parlerebbe di «criticità operative» legate all’équipe di prelievo napoletana, e nella recente acquisizione, da parte della Procura, di un audio registrato dalla stessa Patrizia Mercolino. In quella conversazione, il chirurgo Guido Oppido, che eseguì l’intervento e che è ora tra gli indagati, avrebbe ammesso di aver agito in un certo modo «per disperazione» dopo aver comunicato alla madre la prognosi infausta, un elemento su cui la difesa intende fare chiarezza per dimostrare l’assenza di serenità e trasparenza nelle decisioni mediche che hanno riguardato il piccolo.




