Il dolore di mamma Patrizia e i sette indagati per la morte del piccolo Domenico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giorno dell’ultimo saluto a Domenico Caliendo, celebrato mercoledì scorso nella cattedrale di Nola con una folla commossa che non riusciva a trattenere le lacrime, non ha segnato certo una pausa nelle attività giudiziarie. La Procura di Napoli, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, continua a raccogliere elementi su quanto accaduto il 23 dicembre scorso all’ospedale Monaldi, quando un trapianto di cuore, che avrebbe dovuto salvare il bimbo di due anni e mezzo, si è invece rivelato l’inizio di un calvario durato 44 giorni. Al momento risultano iscritti nel registro degli indagati sette sanitari della struttura napoletana, tra medici e paramedici, e l’ipotesi di reato, come confermato da fonti giudiziarie, è quella di concorso in omicidio colposo.

L’autopsia, eseguita sul del piccolo al Secondo Policlinico di Napoli e affidata a un pool di periti nominati dal gip Mariano Sorrentino, ha fornito i primi, seppur parziali, riscontri. Il medico legale Luca Scognamiglio, consulente della famiglia Caliendo, ha spiegato al termine della prima fase degli accertamenti che non sarebbero emerse lesioni macroscopiche evidenti sul muscolo cardiaco, e in particolare non sarebbe stato riscontrato quel taglio al ventricolo sinistro di cui avevano parlato alcuni testimoni nelle fasi iniziali dell’inchiesta. Questo primo dato, se confermato, sposterebbe il baricentro delle responsabilità quasi interamente sulla fase del trasporto e della conservazione dell’organo, piuttosto che su quella del prelievo avvenuta a Bolzano. Si dovrà comunque attendere il 28 aprile per il secondo accesso agli atti, e poi fino a settembre per la relazione completa, che includerà l’esame dei campioni istologici.

La ricostruzione di quei momenti drammatici, contenuta in una relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute, dipinge un quadro di errori concatenati. Sembra, stando a quanto si apprende, che l’équipe partita da Napoli per prelevare l’organo in Alto Adige non avesse con sé una quantità sufficiente di ghiaccio, e che per questo ne abbia richiesto altro al personale dell’ospedale di Bolzano. Il problema è che, nella concitazione del momento, sarebbe stato usato ghiaccio secco, la cui temperatura estremamente bassa, intorno ai -79 gradi, avrebbe letteralmente congelato il cuore, rendendolo di fatto inutilizzabile. Eppure, all’ospedale Monaldi erano disponibili tre contenitori "Paragonix", dispositivi di ultima generazione per il trasporto controllato degli organi, ma i medici incaricati del prelievo hanno dichiarato di non saperlo.

La disperata corsa in sala operatoria e la voce degli indagati

Quando il cuore danneggiato è infine arrivato a Napoli, il piccolo Domenico era già stato collegato alla macchina cuore-polmone e il suo cuore malato era stato espiantato. Una manovra, questa, eseguita circa un quarto d’ora prima che ci si accorgesse delle reali condizioni dell’organo proveniente da Bolzano. Il cardiochirurgo Guido Oppido, che eseguì l’intervento e che è tra i sette indagati, si è trovato di fronte a una scelta obbligata: impiantare comunque quel cuore ormai ghiacciato, nonostante fosse ormai chiaro che non avrebbe mai potuto funzionare. Le testimonianze di alcuni infermieri, riportate negli atti, raccontano di tentativi disperati di scongelare l’organo, prima con acqua fredda, poi tiepida, infine calda, ma tutto si rivelò inutile.

Lo stesso Oppido, interpellato dai cronisti nei giorni scorsi, ha respinto le accuse, affermando di aver operato per anni migliaia di bambini e di essere a sua volta una vittima, convinto di aver fatto tutto ciò che era umanamente possibile. Anche i legali della chirurga Gabriella Farina, la dottoressa che guidò l’équipe partita per Bolzano, hanno chiesto che si faccia piena luce su quanto accaduto in Alto Adige, in particolare sulla figura di chi materialmente fornì il ghiaccio secco, un aspetto che secondo la difesa meriterebbe ulteriori approfondimenti. La Procura di Napoli, al momento, sembra però concentrata esclusivamente sulle responsabilità dei sanitari del Monaldi, escludendo per ora indagati nell’ospedale di Bolzano.

La battaglia di una madre e le omissioni nella cartella clinica

Mentre il procedimento giudiziario segue il suo corso, con l’acquisizione delle comunicazioni dai cellulari sequestrati ai sette indagati e con l’attesa per le prossime scadenze peritali, Patrizia Mercolino non smette di chiedere verità. La mamma di Domenico, intervenuta in televisione più volte, anche nei giorni immediatamente successivi alla morte del figlio, ha raccontato il vuoto incolmabile lasciato in casa e ha ribadito la sua richiesta di giustizia, sottolineando come senza di lui la quotidianità non sia più la stessa. Una richiesta che si scontra con la complessità di un’inchiesta in cui ogni dettaglio, dalla catena del freddo alla tempistica delle comunicazioni tra i reparti, potrebbe rivelarsi decisivo.

Il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha più volte sottolineato come nella documentazione clinica consegnata dall’ospedale Monaldi manchi un pezzo fondamentale, il cosiddetto "diario di perfusione", ovvero il tracciato che attesterebbe il momento esatto in cui il cuore malato del piccolo fu rimosso, un passaggio cruciale per stabilire con certezza la sequenza temporale degli eventi e le conseguenti responsabilità. Un vuoto, quello nella cartella, che getta un’ombra ulteriore su una vicenda già costellata da gravi omissioni e da una catena di fatali incomprensioni.

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