Il dolore di Patrizia, madre di Domenico, e la rabbia per una cartella clinica che presenta delle lacune mentre emergono i precedenti del Monaldi
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Redazione Interno
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Sfoglia l’album dei ricordi, Patrizia, e ogni pagina è una ferita che si riapre, perché in quelle foto suo figlio balla, sorride e divora dolci con l’entusiasmo di un bimbo che della vita non aveva ancora visto il peggio. È tornata a casa, la madre del piccolo Domenico, il bimbo napoletano di due anni che tutti hanno imparato a conoscere come il bambino dal «cuore bruciato», e la domenica l’ha trascorsa tra le mura domestiche, circondata da mille pose, mille momenti di una vita spezzata che, nonostante l’epilogo atroce, resteranno eterni. A darle un flebile sollievo, in questo mare di disperazione, è l’ondata di affetto che ha trasformato la strada sotto casa sua – una via che costeggia la Circumvallazione, non distante dalla parrocchia di Santa Maria della Stella – in un mosaico di fiori, lumini e peluche, un tributo spontaneo che ha ormai occupato parte della sede stradale, come a voler creare un cordone umano e sentimentale attorno al suo dolore.
Mentre la madre cerca conforto nelle testimonianze d’amore della città, la macchina della giustizia procede senza sosta, e ogni ingranaggio rivela dettagli sempre più spinosi. I carabinieri del Nas sono tornati al Monaldi, e la loro presenza, stamane, conferma la complessità di un'inchiesta che la Procura di Napoli – con l’aggiunto Antonio Ricci e il sostituto Giuseppe Tittaferrante – sta portando avanti con il coltello tra i denti. Dopo la notifica degli avvisi di garanzia a sei sanitari e il sequestro dei loro telefoni cellulari, ora spunta un'ombra inquietante: la cartella clinica consegnata alla famiglia sarebbe incompleta. L'avvocato Francesco Petruzzi, difensore dei genitori, parla di un documento ufficiale nel quale manca un tassello fondamentale, quel «diario di perfusione» che, tradotto dal linguaggio scientifico, rappresenta il tracciato della circolazione extrarea. Sarebbe stato proprio quel grafico, spiega il legale, a poter dimostrare il minutaggio esatto di quanto accaduto in sala operatoria, il momento preciso in cui a Domenico è stato rimosso il cuore malato, prima che gli impiantassero quell'organo arrivato da Bolzano già compromesso. Manca il dettaglio cronologico, manca la prova di quei minuti decisivi, e questa assenza, in un'indagine che cerca di ricostruire ogni istante di un pomeriggio maledetto, pesa come un macigno.
«Eravamo insieme a lui quando la macchina si è fermata»: la testimonianza delle infermiere che non lo hanno lasciato solo
C’erano loro, accanto a Domenico, quando sabato mattina il suo cuoricino ha smesso di lottare. Anna, Elena, Federica e Simona: sono le infermiere della terapia intensiva del Monaldi, e oggi accettano di raccontare la loro verità solo di spalle, protette dall’anonimato di un camice che per loro non è divisa ma seconda pelle. Non cercano pubblicità, spiegano, ma solo di testimoniare cosa sia stato condividere quasi due anni di calvario con un bimbo che ce l’ha messa tutta per restare aggrappato alla vita. Erano lì intorno alle nove di mattina, quando il rumore dei macchinari ha lasciato spazio a un silenzio assordante: «La macchina è andata a zero e si è fermata, insieme alla vita del bambino». Un racconto che restituisce tutta l’umanità di chi quei momenti li ha vissuti sulla propria pelle, professionisti abituati a lottare ma mai rassegnati alla sconfitta. Parlano dei giochi, delle risate, dei due anni trascorsi a vegliare su di lui, fino a quel respiro finale che le ha viste partecipi di un dolore che è anche il loro.
Il dramma di Pamela e quel precedente che getta ombre sul passato del reparto
E mentre la città piange Domenico, affiora la memoria di un'altra bambina, un'altra storia che sembra ricalcare lo stesso copione e che rende il caso del Monaldi non più isolato ma preoccupante sintomo di un sistema che forse ha fallito. È la vicenda della piccola Pamela Dimitrova, morta nell’agosto del 2024 a soli due anni, anche lei ricoverata e in attesa di un cuore artificiale. La madre, Rumyana, riavvolge il nastro di quei diciassette mesi trascorsi accanto alla figlia e riporta alla luce dettagli agghiaccianti: infezioni contratte durante la degenza, tra cui un batterio oro-fecale trovato su una delle cannule del macchinario che la teneva in vita. Un’odissea segnata, secondo la sua denuncia, da silenzi e omissioni, dalla mancata comunicazione che la figlia era stata rimossa dalla lista d'attesa per un cuore, e dalla scoperta, fatta solo successivamente tramite il Centro nazionale trapianti, che nove organi disponibili erano stati persi. A seguire Pamela era lo stesso medico che ha operato Domenico, il dottor Guido Oppido, e la famiglia aveva più volte chiesto il trasferimento al Bambino Gesù di Roma, una richiesta che, come sostengono, non venne autorizzata se non quando ormai era troppo tardi. Rumyana, che oggi vive in Bulgaria con la sua nuova bambina di sei mesi, Christina, non dimentica: conosceva Patrizia e teneva in braccio Domenico quando era solo un lattante di cinque mesi, e in quei corridoi aveva condiviso pasti e paure con altre famiglie, con un'altra bambina di tre anni che non ce l'ha fatta. La sua voce si unisce ora a quella di Patrizia in un coro che chiede giustizia, nella speranza che la fondazione in memoria del piccolo Domenico possa portare alla luce le verità sepolte e scongiurare che simili tragedie si ripetano.




