Il giorno del dolore per Domenico e le chat che inchiodano lo staff del Monaldi
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Redazione Interno
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L’attenzione è tutta per il Duomo di Nola, dove nel primo pomeriggio saranno celebrati i funerali del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo morto dopo un trapianto di cuore fallito, e la folla, come si prevede numerosa, si stringerà attorno ai genitori in un abbraccio collettivo che avrà il sapore amaro della solidarietà e della protesta silenziosa. Alla cerimonia funebre, officiata dal cardinale Domenico Battaglia, prenderà parte anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la cui presenza, per quanto annunciata come probabile fino all’ultimo, assume il significato di una vicinanza istituzionale a una famiglia travolta da una tragedia che ha i contorni dell’assurdo. E mentre la città si prepara a dare l’ultimo saluto a una vittima innocente, la macchina della giustizia procede spietata nei suoi accertamenti, facendo emergere dettagli sempre più inquietanti da quelle chat room private dove infermieri e medici, forse sentendosi al riparo da occhi indiscreti, si lasciavano andare a commenti e sfoghi che oggi pesano come macigni sulle sorti dell’inchiesta.
I messaggi e le rivelazioni dei sanitari tra tensione e dubbi
Dalle perizie tecniche disposte dalla Procura di Napoli sui dispositivi mobili del personale coinvolto, affiora un clima di sconcerto e di critica interna che riscrive la cronologia di quei momenti convulsi. Le conversazioni, acquisite agli atti e riportate dalle principali agenzie di stampa, fotografano l’incredulità di chi, in sala operatoria, si è trovato a dover gestire una situazione senza precedenti: un cuore arrivato da Bolzano in condizioni talmente precarie da essere descritto come letteralmente congelato, al punto che i tentativi di scongelarlo – prima con acqua fredda, poi tiepida e infine calda – vengono raccontati nei messaggi come una corsa disperata contro il tempo. La testimonianza di un’infermiera, riportata dall’ANSA, è agghiacciante nella sua semplicità: “Nella mia esperienza di trapianti era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, un’immagine potente che restituisce l’idea di un bimbo rimasto senza il proprio cuore mentre l’organo destinato a salvarlo era ancora bloccato in un cubo di ghiaccio secco. Le chat rivelano anche un altro dettaglio cruciale, e cioè che il dottor Guido Oppido, il cardiochirurgo che ha eseguito l’intervento, avrebbe ultimato la fase di asportazione del cuore malato di Domenico quando il nuovo organo non era stato ancora nemmeno estratto dal suo contenitore, una sequenza temporale che si discosta dalle prassi consolidate e che getta un’ombra lunga sulla gestione dell’operazione.
Il giallo del “sì” fantasma e l’ora e mezza senza battito
A rendere ancora più fitta la trama delle responsabilità, c’è poi la questione del famigerato assenso verbale, un vero e proprio rompicapo processuale su cui si concentrano le attenzioni degli inquirenti. Oppido, nella sua ricostruzione, sostiene di aver ricevuto una risposta affermativa, un “sì”, dal personale presente in sala prima di procedere all’espianto, una conferma che avrebbe dovuto certificare l’avvenuto arrivo del cuore e l’inizio delle manovre di preparazione come la cardioplegia. Ma la versione degli altri componenti dell’equipe è diametralmente opposta: nessuno, a sentire i loro racconti e i messaggi che si scambiavano, avrebbe mai pronunciato quel fatidico “sì”, e la consapevolezza dello stato pietoso in cui versava l’organo sarebbe arrivata solo a cardiectomia ormai completata, quando cioè il cuore di Domenico giaceva già sul tavolo operatorio, rendendo ogni decisione irreversibile. Un altro particolare angosciante, emerso sempre dalle chat, è il lasso di tempo – si parla di circa 45 minuti – durante il quale il piccolo è rimasto senza cuore, un’eternità nella vita di un bambino, mentre i sanitari cercavano in ogni modo di scongelare quell’organo ormai compromesso e un infermiere commentava con rassegnazione: “Se riparte è un miracolo”.
Autopsia e primi risultati: le lesioni non c’entrano
Nel frattempo, l’autopsia eseguita sul del bambino ha già fornito i primi elementi agli esperti, escludendo una delle piste che era circolata nelle fasi iniziali dell’indagine. Il medico legale Luca Scognamiglio, consulente della famiglia Caliendo, ha infatti dichiarato che dall’esame macroscopico non sarebbero emerse lesioni al cuore nella fase dell’espianto a Bolzano, in particolare non ci sarebbe traccia di quel taglio sul ventricolo di cui alcune fonti avevano parlato. Questo dato, se da un lato scagiona l’équipe che ha prelevato l’organo da eventuali danni meccanici, dall’altro sposta il baricentro dell’inchiesta in modo ancora più netto sulle modalità di conservazione e trasporto, e sulle decisioni prese a Napoli. Il cuore, insomma, sarebbe partito sano dall’Alto Adige per poi arrivare al Monaldi in condizioni definite “bruciato” dal contatto con il ghiaccio secco, e qui le dichiarazioni di un operatore socio-sanitario di Bolzano, il quale avrebbe riferito di aver semplicemente eseguito le direttive dell’equipe napoletana nel versare il ghiaccio nel contenitore, aprono scenari inquietanti su una catena di ordini e richieste che potrebbero essere all’origine del disastro.
Lo sfogo del chirurgo e la rabbia della gente
A fronte di questo quadro, la posizione del professor Oppido, che si è sempre dichiarato estraneo a colpe e anzi vittima di un linciaggio mediatico, appare quanto meno complessa. Raggiunto dalle telecamere della trasmissione di Massimo Giletti, il chirurgo si è lasciato andare a uno sfogo accorato, rivendicando i suoi undici anni di carriera in Campania e i tremila bambini che afferma di aver salvato, quasi a voler costruire uno scudo con il suo passato per difendersi dalle accuse del presente. Ma al di là delle aule giudiziarie, dove si dovrà stabilire la verità processuale, c’è un’altra verità, fatta di sentimenti primordiali, che sta vivendo l’ospedale Monaldi, ormai diventato un fortino assediato dalla rabbia popolare. Le pagine social della struttura sono state sommerse da messaggi di odio e minacce di morte rivolte ai medici, tanto da costringere la direzione a disattivare i commenti e a potenziare la vigilanza, e questo clima di tensione, come raccontano le cronache locali, sta provocando una vera e propria emorragia di pazienti che disdicono interventi, anche di routine, per paura di finire in quelle stesse sale operatorie finite al centro della bufera.




