Il risarcimento e il silenzio: la direttrice del Monaldi risponde alla famiglia di Domenico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto a febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore andato storto il 23 dicembre scorso (quando l’organo venne danneggiato dal ghiaccio secco durante il trasporto, causando quella che i medici hanno definito una sorta di bruciatura del tessuto), continua a generare strascichi giudiziari e istituzionali. L’ultimo fronte, quello del risarcimento, ha visto contrapporsi nei giorni scorsi le dichiarazioni del legale della famiglia, Francesco Petruzzi, e la replica della direzione generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, guidata dall’avvocato Anna Iervolino.

Petruzzi aveva reso noto di aver inviato una proposta di composizione stragiudiziale, una richiesta di risarcimento da tre milioni di euro, lamentando poi pubblicamente il silenzio dell’ospedale. «Una proposta di dialogo», l’aveva definita, «non una dichiarazione di guerra», sottolineando come il comportamento della struttura fosse rimasto “indifferente, opaco, istituzionalmente sordo” nonostante il tentativo di evitare alla famiglia il peso di un ulteriore contenzioso civile oltre a quello penale già in corso. Secondo la sua ricostruzione, l’invio della pec (con una messa in mora di quindici giorni) era rimasto senza risposta, così come un successivo sollecito datato 24 marzo, mentre la dirigenza, nel frattempo, si era fatta viva con i genitori per proporre loro di piantare un albero in memoria del bambino.

La replica della direzione generale: «Valutazioni in corso, proposta non negoziabile»

La risposta di Anna Iervolino, arrivata attraverso una nota ufficiale, ha ribaltato la prospettiva, introducendo elementi di dettaglio sulla natura della richiesta. La direttrice ha confermato di aver ricevuto una proposta stragiudiziale il giorno dopo il funerale di Domenico, contenente una richiesta economica di tre milioni di euro, ma ha tenuto a precisare che quella comunicazione era “espressamente qualificata come riservata” e “formulata in termini dichiaratamente non negoziabili”. Da qui, a suo dire, l’impossibilità di parlare di una mancata apertura alla trattativa, vista l’assenza di un effettivo “spazio negoziale” nella proposta ricevuta.

Iervolino ha inoltre spiegato che la valutazione della richiesta risarcitoria impone lo svolgimento di “approfondite valutazioni tecnico-legali” – alla luce anche degli accertamenti giudiziari ancora in corso – e che tali tempistiche non possono essere “compresse entro i rigidi termini unilaterali indicati dalla controparte”. Solo in un secondo momento, ha chiarito, è pervenuta una richiesta di incontro (proprio quella del 24 marzo citata dal legale), che l’ufficio legale ha immediatamente preso in carico. La nota ha poi sottolineato come l’iniziativa pubblica della difesa sia stata preceduta da una “evidente strategia di esposizione mediatica” della vicenda, rischiando di sovrapporre il piano della comunicazione a quello, ben diverso, del corretto confronto tecnico-giuridico.

Il controcanto dell’avvocato Petruzzi: riservatezza violata e ricostruzione dei tempi

La reazione del legale della famiglia Caliendo Mercolino è stata immediata e incentrata su due punti cardine: la violazione della riservatezza e la ricostruzione cronologica dei fatti. Petruzzi ha contestato duramente la scelta dell’azienda di rivelare pubblicamente l’importo della richiesta (tre milioni di euro) e la data di ricezione della pec, sostenendo che il vincolo di riservatezza fosse stato rotto proprio dal Monaldi e non dalla sua difesa.

«La proposta stragiudiziale era riservata. Questo studio ha rispettato quel vincolo: la lettera aperta pubblicata nell’interesse della famiglia non conteneva alcun riferimento agli aspetti tecnici, economici o negoziali della proposta – nessuna cifra, nessuna condizione, nessun termine», ha affermato l’avvocato, specificando che ciò che ha scelto di rendere pubblico non è il contenuto della proposta, ma il silenzio serbato dall’ospedale. Sul piano procedurale, Petruzzi ha precisato che la pec con la proposta di accordo prevedeva un termine di quindici giorni; solo dopo il decorso infruttuoso di questo termine – e quindi dopo il mancato riscontro – è stata inviata una seconda pec il 24 marzo per richiedere un incontro. Quest’ultima, ha osservato, è la stessa comunicazione che la direzione presenta nella sua nota come “richiesta pervenuta dalla controparte”, omettendo però che si trattava del secondo sollecito dopo un lungo silenzio.

Il legale ha infine definito “artificiosa” la posizione dell’azienda, ribadendo che la richiesta risarcitoria non è un atto di cui vergognarsi, ma un diritto autonomo riconosciuto dalla legge (art. 7 della Legge Gelli-Bianco), indipendente dall’esito del procedimento penale nei confronti dei singoli professionisti indagati. La vicenda, intanto, resta al centro dell’attenzione anche per le sue implicazioni sulla gestione interna del nosocomio, mentre i familiari attendono gli sviluppi sia sul fronte penale (con l’inchiesta della Procura di Napoli) sia su quello delle responsabilità civili della struttura.

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