Il Monaldi e la famiglia di Domenico, scontro sul risarcimento: “Proposta non negoziabile” e la replica sul “silenzio”
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Redazione Interno
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Il serrato confronto a distanza tra l’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del piccolo Domenico Caliendo, e la direzione generale dell’azienda ospedaliera dei Colli – che gestisce il presidio Monaldi – ha raggiunto nelle ultime ore un’intensità tale da trascendere il mero piano tecnico-giuridico per assumere i contorni di una polemica pubblica destinata a rimanere negli atti giudiziari. La vicenda, che affonda le sue radici nella tragica morte del bambino avvenuta il 21 febbraio scorso a seguito di un trapianto cardiaco fallito il 23 dicembre 2025, vede oggi contrapposte due visioni antitetiche circa l’approccio istituzionale alla gestione del dolore e delle conseguenze legali. Da un lato, il legale della famiglia denuncia un atteggiamento che definisce “indifferente, opaco, istituzionalmente sordo” -1-4; dall’altro, la direzione strategica dell’ospedale rivendica la correttezza formale delle proprie procedure, sottolineando come la richiesta di un risarcimento da tre milioni di euro fosse stata qualificata come “non negoziabile” e “riservata”.
La denuncia del legale: silenzio sulla Pec e l’ombra dell’albero commemorativo
Secondo quanto riportato dall’avvocato Petruzzi in una lettera aperta, la famiglia Caliendo Mercolino avrebbe tentato un approccio volto a scongiurare un ulteriore aggravio psicologico, proponendo alla struttura sanitaria un “bonario componimento” in sede stragiudiziale per la componente risarcitoria. Una proposta, quella trasmessa via posta elettronica certificata nei giorni successivi ai funerali, che il penalista descrive come un “invito a sedersi attorno a un tavolo”, scegliendo deliberatamente di non procedere con una formale messa in mora per non caricare i genitori di un’escalation legale. Il fulcro dell’accusa mossa dal legale risiede nel silenzio serbato dall’Azienda Ospedaliera dei Colli: “Il Monaldi non ha risposto. Non ha risposto con un diniego motivato. Non ha risposto con una controproposta. Ha semplicemente eliso la comunicazione”.
A rendere ancora più aspro il confronto è l’elemento della piantumazione di un ulivo in memoria del bambino, iniziativa che la direzione generale ha presentato come un gesto spontaneo e profondamente simbolico da parte del personale. Petruzzi, tuttavia, interpreta questo gesto come un tentativo di “riabilitare l’immagine pubblica del Monaldi attraverso un gesto di facciata”, sottolineando come l’invito a piantare l’albero sia giunto nel medesimo periodo in cui la richiesta formale di dialogo economico giaceva inevasa. Una contraddizione, quella tra l’apparente sensibilità simbolica e la mancata risposta su un piano sostanziale, che il legale utilizza per chiedere formalmente l’intervento del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, affinché valuti la posizione della dirigenza generale, arrivando a sollecitare pubblicamente le dimissioni dei vertici.
La replica del Monaldi: riservatezza violata e valutazioni in corso
La risposta dell’azienda ospedaliera, firmata dalla direttrice generale Anna Iervolino, non si è fatta attendere e ha ribaltato la prospettiva, incentrando la propria linea difensiva sulla natura stessa della richiesta avanzata dalla famiglia. Secondo la ricostruzione dell’ente, la proposta stragiudiziale pervenuta il giorno successivo ai funerali conteneva una richiesta risarcitoria di tre milioni di euro, ma era formulata in “termini dichiaratamente non negoziabili”. Un aspetto, questo, che secondo Iervolino rende paradossale parlare di “mancata apertura di una trattativa”, laddove la controparte aveva di fatto precluso qualsiasi spazio negoziale ab initio.
Inoltre, la direzione generale esprime “sorpresa” per il fatto che una comunicazione qualificata come “strettamente riservata” – un vincolo che il legale Petruzzi sostiene di aver rispettato non divulgando i dettagli economici nella sua prima lettera – sia stata successivamente utilizzata in sede pubblica. Iervolino precisa che la valutazione della richiesta impone “approfondite valutazioni tecnico-legali”, specialmente alla luce degli accertamenti ancora in corso da parte dell’Autorità giudiziaria nella fase delle indagini preliminari, e che tali valutazioni non possono essere compresse entro i rigidi termini unilaterali indicati. L’azienda rivela infine che solo il 24 marzo è pervenuta una richiesta di incontro, immediatamente presa in carico dall’ufficio legale, ma che tale iniziativa è stata preceduta da quella che definisce una “evidente strategia di esposizione mediatica” della vicenda, tale da sovrapporre il piano della comunicazione a quello del confronto tecnico-giuridico.
Il quadro investigativo: i minuti decisivi e l’ipotesi di falso in cartella clinica
Sullo sfondo di questo acceso scambio di accuse tra le parti civili e la struttura sanitaria, procede senza sosta l’indagine della Procura di Napoli, che ha allargato il proprio spettro di indagine a sette medici e ha recentemente aggiunto l’ipotesi di reato di falso per due dei professionisti coinvolti. Le indagini, condotte dai pm Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci, si concentrano su un rebus temporale che potrebbe rivelarsi decisivo per la ricostruzione delle responsabilità. Al centro dell’attenzione vi è l’orario di arrivo della borsa termica proveniente da Bolzano – contenente il cuore donato poi risultato danneggiato – rispetto all’orario di espianto del cuore nativo del piccolo Domenico.
Secondo le prime ricostruzioni investigative e le testimonianze raccolte, tra cui quella del coordinatore infermieristico Francesco Farinaceo, l’équipe avrebbe iniziato la procedura irreversibile di clampaggio aortico mentre l’organo sostitutivo non era ancora entrato nei cancelli dell’ospedale. In particolare, per il chirurgo Guido Oppido e la sua vice Emma Bergonzoni, la Procura ha contestato l’ipotesi di falso, ritenendo che la cartella clinica sarebbe stata modificata per far coincidere l’orario dell’arrivo del cuore con l’inizio della cardiectomia. L’esame della scheda anestesiologica, che indica orari potenzialmente divergenti rispetto al verbale della Polizia stradale che fece da apripista al mezzo di trasporto, rappresenta uno dei nodi centrali che gli inquirenti stanno cercando di sciogliere per stabilire se il destino del bambino fosse già segnato ancor prima che l’organo danneggiato – descritto da testimoni come un “pezzo di ghiaccio duro come una pietra” – giungesse in sala operatoria.




