Il silenzio e l’albero, scontro totale tra la famiglia di Domenico e il Monaldi
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria e umana legata alla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto il 21 febbraio scorso dopo un trapianto di cuore che avrebbe dovuto salvargli la vita e che invece si è risolto in un tragico epilogo, si arricchisce di un nuovo, aspro capitolo. Non si tratta, questa volta, dei minuti tecnici scanditi dall’orologio della sala operatoria – quelli che dividono il momento in cui il cuore nativo viene clampato dall’arrivo dell’organo donato, un arco temporale su cui gli inquirenti stanno cercando di fare luce – ma di un confronto parallelo e altrettanto duro, che si consuma ora sul piano del risarcimento del danno e su quello, non meno spinoso, del confronto istituzionale. A distanza di settimane dalla sepoltura, il fronte tra la famiglia assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi e la direzione strategica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli (che comprende il presidio Monaldi) si è apertamente rotto, dando vita a un botta e risposta serrato, affidato a note e lettere aperte, in cui il rancore per quanto accaduto si mescola alla rigidità delle procedure burocratiche.
Una proposta "non negoziabile" e il silenzio dell'ospedale
La scintilla della discordia è stata l’iniziativa del legale della famiglia Caliendo Mercolino, che ha deciso di rendere pubblica una circostanza finora rimasta confinata negli uffici legali: l’invio di una proposta stragiudiziale di risarcimento all’ospedale, quantificata in tre milioni di euro. Secondo la ricostruzione di Petruzzi, la comunicazione – avvenuta tramite posta elettronica certificata nei giorni immediatamente successivi ai funerali del piccolo – era stata formulata in termini dichiaratamente non negoziabili, con l’obiettivo di tentare un componimento bonario che evitasse alla famiglia l’ulteriore strazio di un contenzioso civile lungo anni, parallelo al procedimento penale già in corso per omicidio colposo. La denuncia del penalista è netta: l’azienda sanitaria non avrebbe dato alcun seguito a quella pec, non rispondendo con un diniego né tantomeno con una controproposta, limitandosi di fatto a elidere la comunicazione come se non fosse mai pervenuta, in un comportamento che Petruzzi definisce "indifferente, opaco, istituzionalmente sordo".
La replica della direzione generale, firmata dall’avvocato Anna Iervolino, non si è fatta attendere ed ha ribaltato la prospettiva, introducendo un elemento che ha ulteriormente inasprito il confronto. L’ospedale ha infatti confermato di aver ricevuto la richiesta, ma ha sottolineato come essa fosse accompagnata da un vincolo di riservatezza e da una formula di "non negoziabilità" che, di fatto, impediva qualsiasi spazio di trattativa. Iervolino ha spiegato che la valutazione di una richiesta di tale entità – avanzata peraltro mentre l’autorità giudiziaria è ancora impegnata nelle indagini preliminari, con sette medici indagati e accertamenti tecnici in corso – impone approfondite valutazioni tecnico-legali che non possono essere compresse entro termini unilaterali. Da qui la difesa dell’operato: secondo il nosocomio, non si può parlare di mancata apertura al dialogo se la proposta stessa, per sua natura, precludeva una trattativa.
L’accusa di "maquillage" e la questione della riservatezza
Il tiro incrociato si è fatto più aspro quando il confronto è uscito dai confini puramente economici per investire quello simbolico. L’avvocato Petruzzi ha infatti rivelato che, nello stesso lasso di tempo in cui la pec sulla richiesta risarcitoria restava senza risposta, la dirigenza del Monaldi si faceva viva con i genitori del piccolo per una proposta di tutt’altra natura: piantare un albero all’interno del presidio in memoria di Domenico. Un’iniziativa che il legale ha liquidato senza mezzi termini come "maquillage istituzionale", un tentativo di riabilitare l’immagine pubblica della struttura attraverso un gesto di facciata, mentre sul piano sostanziale – quello del riconoscimento delle responsabilità civili – prevaleva il silenzio più assoluto. La famiglia, si legge nella nota, ha appreso la proposta con "sgomento", percependo l’iniziativa come una beffa rispetto al dolore subito.
A questo punto, la direttrice generale Iervolino è tornata alla carica per difendere l’operato, aggiungendo un ulteriore motivo di contrasto: la violazione della riservatezza. Iervolino ha espresso "sorpresa" per il fatto che una comunicazione qualificata come "strettamente riservata" – riferendosi alla proposta di risarcimento – sia stata successivamente utilizzata in sede pubblica, con modalità che ritiene non coerenti con un’interlocuzione stragiudiziale. Il legale Petruzzi ha ribattuto con una contro-replica puntuale, sostenendo di aver rispettato il vincolo di riservatezza: la lettera aperta, ha spiegato, non conteneva alcun riferimento agli aspetti economici o ai termini della proposta (né la cifra, né le condizioni, né i termini), ma si limitava a denunciare il silenzio dell’Azienda, decorso il termine inutilmente. Per il penalista, dunque, ciò che è stato reso pubblico non è il contenuto della trattativa, ma l’inerzia della controparte.
Il fronte giudiziario e gli orari che non tornano
Se il confronto sul piano civile si intreccia ora con accuse di opportunismo e violazioni della privacy, il cuore dell’inchiesta penale rimane focalizzato su un rebus cronologico che gli inquirenti, con il supporto di consulenze tecniche e testimonianze, stanno cercando di sciogliere. L’attenzione resta puntata su ciò che accadde il 23 dicembre scorso in sala operatoria, quando l’équipe del dottor Guido Oppido – attualmente indagato insieme ad altri sei colleghi, tra cui la chirurga Emma Bergonzoni – attendeva il cuore donato giunto da Bolzano. Le indagini hanno fatto emergere discrepanze significative tra gli orari riportati in cartella clinica e quelli che emergerebbero dai rilievi della Polizia stradale e dalle dichiarazioni del personale.
La domanda cruciale attorno a cui ruota la contestazione di falso – che si è aggiunta a quella di omicidio colposo – è se l’espianto del cuore malato del piccolo Domenico sia iniziato prima dell’effettivo arrivo dell’organo sostitutivo, creando una finestra temporale in cui il bambino è rimasto senza cuore o in circolazione extrarea mentre l’organo donato si rivelava inutilizzabile, definito da alcuni testimoni come un "blocco di ghiaccio". La Procura, con i pm Giuseppe Tittaferrante e Antonio Ricci, ha chiesto la sospensione dalla professione per i due medici, ipotizzando che l’orario del clampaggio aortico – il momento in cui si interrompe la circolazione – sia stato "corretto" per far coincidere le procedure con l’arrivo della borsa termica, il cui ingresso nei cancelli del Monaldi sarebbe avvenuto in un orario non perfettamente allineato con le operazioni chirurgiche. Le parole di un infermiere, che ha riferito di aver visto il cuore nativo rimosso quando la squadra di supporto non era ancora entrata, alimentano il sospetto di una concatenazione di errori dai quali, a distanza di mesi, non è ancora emersa una verità condivisa.




