Domenico Caliendo e gli altri tre bimbi morti al Monaldi, l’avvocato Petruzzi chiede 10 milioni di risarcimento
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Redazione Interno
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Si allarga il fronte giudiziario e civile intorno ai drammatici eventi che hanno segnato l’ospedale Monaldi di Napoli, dove la morte del piccolo Domenico Caliendo, avvenuta lo scorso 21 febbraio a seguito di un trapianto di cuore fallito, ha aperto una voragine destinata ad ampliarsi ulteriormente. È l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del bambino di due anni e tre mesi, a rendere noto che presenterà all’azienda ospedaliera tre nuove richieste di “componimento bonario” – così le definisce – per un importo complessivo di circa 10 milioni di euro, riferite ad altrettanti decessi di minori verificatisi nella stessa struttura. Tra questi, uno riguarda un altro piccolo paziente sottoposto a trapianto cardiaco, mentre tutti sarebbero riconducibili, secondo quanto emerso, a un’infezione da batterio nosocomiale, elemento che getta un’ombra lunga e inquietante sulle procedure di controllo all’interno del presidio.
Il nodo delle infezioni ospedaliere e le nuove richieste risarcitorie
La strategia legale intrapresa dal difensore, che già assiste i genitori di Domenico Caliendo, punta dunque a ottenere un riconoscimento economico per le famiglie colpite, evitando in prima battuta la via giudiziale ma senza escluderla come naturale conseguenza in caso di mancato accordo. Le richieste di “componimento bonario”, per loro natura, rappresentano un tentativo di risolvere il contenzioso in via stragiudiziale, un istituto che permette alle parti di negoziare un risarcimento senza attendere i tempi, spesso biblici, di un processo. Petruzzi sottolinea come i tre nuovi casi, accomunati dalla medesima dinamica infettiva, aggiungano un peso specifico devastante a un quadro già segnato dalla morte del piccolo Domenico, il cui trapianto era stato eseguito il 23 dicembre precedente. L’ombra delle infezioni contratte in ambiente sanitario, sempre difficile da provare ma altrettanto difficile da ignorare quando si accumulano episodi analoghi, diventa così il fulcro di una battaglia che intreccia il dolore privato delle famiglie con la responsabilità pubblica della gestione ospedaliera.
La posizione della Regione e le parole del presidente Fico
A margine di questo scenario, si inserisce il posizionamento delle istituzioni locali, con il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, chiamato a esprimersi sulla possibilità che la Regione stessa si costituisca parte civile in un eventuale procedimento penale legato alla morte del piccolo Caliendo. “Si questa è una possibilità, sicuramente”, ha risposto Fico, confermando l’apertura a un’ipotesi che trasformerebbe l’ente regionale da soggetto vigilante a parte attiva nell’azione giudiziaria. Il presidente, nel corso delle sue dichiarazioni, ha poi tracciato le priorità della sua agenda, concentrandosi su un piano più ampio di riorganizzazione sanitaria: dalla stesura del piano ospedaliero regionale alla riforma della rete territoriale, passando per le case di comunità, gli ospedali di comunità, la telemedicina e la rete dell’emergenza-urgenza. Un programma di respiro ampio, che però si scontra con l’urgenza concreta rappresentata dalle inchieste giudiziarie già in corso.
L’inchiesta, gli indagati e il dialogo aperto dalla direzione ospedaliera
Mentre sul piano civile si moltiplicano le iniziative, sul versante penale prosegue l’indagine coordinata dalla procura: sette sono al momento gli indagati per il reato di omicidio colposo, un numero destinato potenzialmente a crescere o a consolidarsi in base agli sviluppi degli accertamenti tecnici. La direttrice generale dell’ospedale Monaldi, Anna Iervolino, è intervenuta pubblicamente per la prima volta in video, dichiarandosi disponibile al dialogo con le famiglie e con i loro legali, e smentendo l’esistenza di un conflitto pregiudiziale con i parenti del piccolo Domenico. Una presa di posizione che segna un tentativo di gestire il rapporto con l’opinione pubblica e con i familiari delle vittime in un clima di crescente tensione, mentre gli atti dell’inchiesta rimangono coperti dal segreto investigativo. Resta sullo sfondo, ma costante, il filo che lega le quattro morti infantili: la possibile responsabilità legata a infezioni contratte durante il ricovero, un elemento che negli anni si è rivelato centrale in numerose inchieste sulla sanità campana e che ora ripropone, con forza drammatica, il nodo mai del tutto risolto della sicurezza delle cure negli ospedali ad alta specializzazione.




