Il Monaldi e il gesto per Domenico: la direttrice respinge l’ipotesi dimissioni
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Redazione Interno
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Un ulivo secolare piantato nel giardino dell’ospedale, una targa con il versetto di Giovanni (“Io sono la resurrezione e la vita”), e una scelta che la direzione generale dell’Azienda dei Colli ha voluto definire «semplice ma profondamente simbolica». È l’atto con cui il Monaldi di Napoli ha scelto di ricordare il piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto dopo un trapianto di cuore in cui l’organo donato, come emerso nel corso delle indagini, sarebbe stato danneggiato. Una cerimonia – tenutasi in concomitanza con le celebrazioni del precetto pasquale – da cui la famiglia del bambino ha però deciso di restare lontana, segnando una distanza che non è passata inosservata nel clima di dolore e tensione che ancora circonda la vicenda giudiziaria.
A margine di quell’iniziativa, la direttrice generale Anna Iervolino ha preso la parola, offrendo una lettura netta della propria posizione istituzionale. In un’intervista rilasciata all’uscita della cerimonia, ha respinto con fermezza ogni ipotesi di dimissioni: «Io sono un tecnico e lavoro, sono pagata per lavorare e sono formata per lavorare. Sono 30 anni che faccio questo lavoro e il mio compito, la mia responsabilità è quella di continuare a lavorare. Poi altre valutazioni, altri commenti non mi appartengono». Una dichiarazione che, nel contesto di un’inchiesta che ha scosso l’intera struttura sanitaria regionale, assume il peso di una presa di posizione tanto personale quanto amministrativa.
«L’unica struttura in regione»: la difesa del presidio trapiantologico
Più articolata è apparsa la riflessione della direttrice sul ruolo del Monaldi, specialmente in relazione al rischio – paventato da più parti dopo il caso – di una paralisi del programma di trapianti pediatrici. Iervolino ha ricordato come l’ospedale rappresenti «l’unica struttura presente in Regione Campania» per i trapianti di cuore, una specificità che, a suo avviso, imponeva una responsabilità collettiva. «Una ferita così grande a questa struttura – ha spiegato – avrebbe significato interrompere il servizio pubblico, interrompere le possibilità di cura di tutti i bambini cardiopatici della Regione Campania che dovevano andare fuori. E invece noi abbiamo detto no a questa soluzione estrema». Con queste parole ha ribadito la scelta di non interrompere l’attività nonostante la gravità di quanto accaduto, un passaggio che lascia intendere le pressioni ricevute nelle settimane successive al decesso del piccolo Domenico.
Un ulivo, una targa e l’assenza della famiglia
L’iniziativa di piantumazione, che rientrava in una tradizione legata alla Pasqua, ha trasformato una delle aiuole dell’ospedale in un luogo di memoria. Davanti all’ulivo secolare è stata posizionata una targa con il versetto evangelico scelto dall’azienda ospedaliera, un gesto che la direzione ha voluto mantenere come atto istituzionale e non privato. Ma l’assenza dei genitori di Domenico Caliendo – i quali hanno scelto di non partecipare – ha evidenziato come la ferita sia ancora aperta e lontana da una ricomposizione pubblica. La scelta di non presenziare, in un momento così carico di simbolismo, ha così finito per riportare l’attenzione sulle dinamiche ancora irrisolte della vicenda giudiziaria, senza che dalla struttura ospedaliera siano venute ulteriori letture su questo silenzio.
Inchiesta e contesto: il peso delle parole della direttrice
La posizione di Iervolino arriva in un frangente delicato per l’Azienda Ospedaliera dei Colli. Il caso del trapianto con cuore danneggiato ha infatti innescato accertamenti da parte della magistratura, con l’obiettivo di ricostruire la catena di responsabilità nella gestione dell’organo prima dell’impianto. In questo scenario, le parole della direttrice – che ha scelto di parlare a margine di una cerimonia commemorativa – assumono una doppia valenza: da un lato rappresentano una difesa della tenuta dell’istituzione che dirige, dall’altro segnano un confine chiaro tra il suo ruolo tecnico e le eventuali valutazioni politiche o disciplinari che potrebbero scaturire dalle indagini. Il richiamo ai trent’anni di carriera e alla funzione di garanzia del servizio pubblico serve, in questa cornice, a delineare una narrazione di continuità amministrativa opposta all’idea di una resa organizzativa.
Nessuna valutazione ulteriore è stata offerta sull’operato dei singoli professionisti coinvolti nella procedura di trapianto, né la direttrice ha voluto commentare eventuali richieste di chiarimento provenienti dall’esterno. Il suo intervento si è limitato a ribadire il valore del presidio ospedaliero e l’impegno a non interromperne l’attività, lasciando ad altri – probabilmente agli inquirenti e ai giudici – il compito di approfondire i dettagli di quanto accaduto nella sala operatoria. Intanto l’ulivo rimane nei giardini del Monaldi, testimone silenzioso di una vicenda che ha messo a dura prova non solo una famiglia ma l’intero sistema dei trapianti pediatrici in Campania.




