La tragedia di Domenico Caliendo, il ghiaccio secco che ustionò il cuore e i verbali che inchiodano l’equipe del Monaldi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il contenitore, una volta aperto dinanzi ai sanitari napoletani, rivelò una scena che nulla aveva a che vedere con la procedura standard per un trapianto: il cuore, quello che avrebbe dovuto ridare vita al piccolo Domenico, era letteralmente inglobato in un blocco di ghiaccio, una massa bianca e opaca generata dall’anidride carbonica solidificata a settantanove gradi sotto zero. Non era ghiaccio quello, ma un agente criogenico potentissimo, utilizzato di solito per la conservazione di campioni biologici o tessuti, mai e poi mai per un organo destinato a essere reimpiantato. Eppure, qualcuno lo aveva versato, quel materiale letale, nel box termico che conteneva il cuore prelevato dal donatore, e lo aveva fatto seguendo pedissequamente le indicazioni dei medici arrivati da Napoli.

Le indagini, condotte dai carabinieri del Nas di Trento su delega della Procura partenopea e coordinate con i colleghi altoatesini, hanno cominciato a mettere in fila i fotogrammi di quella mattinata del 23 dicembre 2025, restituendo l’immagine di una sequela di errori umani e organizzativi che ha portato all’inevitabile epilogo. Al centro del mirino, come emerge dai verbali depositati e riportati da organi di stampa come il Corriere del Veneto, c’è la testimonianza di un’operatrice socio-sanitaria in servizio al San Maurizio di Bolzano, colei che materialmente fornì il ghiaccio secco all’équipe del Monaldi guidata dalla cardiochirurga Gabriella Farina -3.

Secondo il suo racconto, la richiesta di integrare il refrigerante partì proprio dai medici napoletani, i quali, dopo l’espianto avvenuto intorno alle 12.24, si trovarono con una dotazione di ghiaccio tradizionale rivelatasi insufficiente. Fu in quel frangente, nella cosiddetta presala, che l’operatrice notò qualcosa di anomalo: dal contenitore che stava per maneggiare usciva un caratteristico “fumo freddo”, l’inconfondibile vapore che segnala la presenza di ghiaccio secco. Un campanello d’allarme che la spinse a chiedere conferma ai chirurghi napoletani, i quali, a quanto consta dagli atti, non solo avallarono l’uso di quel materiale, ma diedero istruzioni precise su come posizionarlo nel contenitore, ordinando di versarlo “sotto e di lato”. Un altro infermiere locale eseguì materialmente l’operazione, sotto gli occhi di tutti -3.

La sequenza degli errori e il nodo della responsabilità medica

A rendere il quadro ancor più nitido, e al contempo agghiacciante, è la relazione inviata il 18 febbraio dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria della Provincia di Bolzano al Ministero della Salute. Un documento che ha scattato una fotografia impietosa dell’operato del team prelevatore partenopeo, elencando quelle che vengono definite “significative criticità operative” -2. Non si tratta solo della questione legata al ghiaccio, ma di un contesto più ampio di carenze e approssimazioni. Nelle carte si parla di una dotazione tecnica incompleta fin dalla partenza da Napoli, con una quantità di ghiaccio – quello normale – definita “infinitesimale” e la mancanza di sacche e contenitori adeguati. Viene inoltre contestata una gestione incerta dell’eparina, il farmaco anticoagulante indispensabile durante la perfusione, e un drenaggio insufficiente che potrebbe aver causato una congestione degli organi, tanto da richiedere l’intervento correttivo dell’équipe austriaca di Innsbruck, presente in sala per il prelievo di fegato e reni -2-8.

I medici austriaci, va ricordato, erano lì con tutto il necessario, con forniture proprie e una preparazione che nulla lasciava al caso. Un contrasto, questo, che emerge con forza dalle dichiarazioni di un’operatrice sanitaria di Bolzano verbalizzate dagli inquirenti: “Quelli di Innsbruck avevano ogni genere di fornitura, sacchetti, ghiaccio e altro. Dai napoletani invece continue richieste”. Una differenza abissale nell’approccio a una procedura delicatissima come un prelievo multiorgano, che getta una luce sinistra sulla preparazione e l’organizzazione della spedizione napoletana. L’attenzione degli inquirenti si è concentrata anche sui tempi chirurgici: l’intervento per l’espianto del cuore, dall’incisione al prelievo, durò centodue minuti, un lasso di tempo considerevolmente più lungo rispetto ai parametri standard, che si aggirano tra i trenta e i sessanta minuti, alimentando il sospetto che l’organo possa aver subito un danno ischemico già durante le manovre in sala operatoria, prima ancora di essere immerso nel letale ghiaccio secco -2.

La fornitura del ghiaccio e l’insostenibile leggerezza del fumo freddo

Il cuore della vicenda giudiziaria, però, resta ancorato a quei terribili minuti successivi al prelievo. Perché se è vero che l’équipe di Napoli aveva la responsabilità primaria dell’intera procedura, è altrettanto vero che il ghiaccio secco non era un materiale sconosciuto in sala operatoria, ma veniva impiegato per altri scopi, come la conservazione di tessuti. Il problema, semmai, è che nessuno, tra i medici napoletani, si accorse dell’errore o, peggio, lo sottovalutò. L’operatrice OSS, come hanno tenuto a sottolineare i suoi legali e come sembra emergere dalle prime ricostruzioni investigative, non aveva alcuna competenza specifica in materia di trapianti e si limitò a eseguire un ordine impartito da chi, per formazione e ruolo, avrebbe dovuto sapere che quel “fumo freddo” era la firma inequivocabile di un disastro annunciato -1-3.

La difesa della dottoressa Farina e degli altri indagati, al momento, mantiene un basso profilo e non commenta, ma la Procura di Napoli, che ha già iscritto sette medici nel registro degli indagati con l’ipotesi di omicidio colposo, appare orientata a circoscrivere le responsabilità al personale del Monaldi, escludendo al momento profili di colpa per i sanitari di Bolzano -3-9. Una volta arrivato a Napoli, nel primo pomeriggio, il cuore venne estratto dal contenitore. I tre infermieri presenti in sala operatoria al Monaldi, sentiti dagli investigatori, hanno raccontato di aver trovato l’organo “congelato” e di aver tentato in ogni modo di recuperarlo, provando a scongelarlo con acqua prima fredda, poi tiepida e infine calda, in un crescendo di disperazione prima che il cardiochirurgo Guido Oppido, sempre secondo le testimonianze, decidesse di procedere ugualmente all’impianto, non avendo alternative per il piccolo Domenico, a cui era stato già espiantato il cuore malato -7-10.

I 102 minuti di Bolzano e il giallo sulla comunicazione post-operatoria

Un altro fronte d’indagine, destinato a essere approfondito dall’autopsia disposta dal giudice per le indagini preliminari, riguarda proprio la natura delle lesioni riscontrate sul cuore. Sarà fondamentale stabilire se il danno sia riconducibile esclusivamente alla crioconservazione con ghiaccio secco, che avrebbe letteralmente “bruciato” i tessuti, o se vi siano segni riconducibili a un trauma meccanico o a un’ischemia prolungata verificatasi durante quei fatidici 102 minuti di espianto -2. Una distinzione cruciale, perché sposterebbe il baricentro delle responsabilità penali dalla fase del trasporto a quella, ancora precedente, dell’intervento chirurgico in sala operatoria. I medici di Innsbruck, sentiti al confine, potrebbero fornire elementi decisivi su questo punto, avendo assistito a tutte le fasi dell’operazione.

A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé drammatico, si aggiunge una discrasia comunicativa che ha dell’incredibile. Nella relazione della Provincia di Bolzano si faceva riferimento a un feedback ricevuto dal Centro Nazionale Trapianti, secondo il quale il cuore sarebbe stato trapiantato e “successivamente espiantato per una disfunzione primaria dell’organo”. Una circostanza smentita con forza dall’avvocato della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, il quale ha più volte ribadito che Domenico è morto con quel cuore nel petto, senza che vi sia stato alcun secondo espianto -5. Un’affermazione che getta ombre sulla trasparenza delle comunicazioni dell’azienda ospedaliera napoletana e che alimenta il sospetto, come sostenuto dal legale, di possibili dichiarazioni mendaci o quantomeno di una ricostruzione volutamente errata per minimizzare quanto accaduto. La direzione generale del Monaldi, chiamata in causa, finora non ha fornito risposte pubbliche esaustive, alimentando il clima di opacità attorno a una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica e minato la fiducia nel sistema dei trapianti.

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