Crans-Montana, le chat dei Moretti che inchiodano la difesa: “Così il Constellation brucia”
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Redazione Esteri
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“Se vogliono le stelline luminose, stiano molto attenti. Restate finché non si spengono perché se cadono sul divano o sul pavimento e bruciano la schiuma sul soffitto, il Constel brucia”. È una delle frasi, emersa venerdì scorso durante l’udienza di confronto presso la procura di Sion, che ha lasciato senza fiato gli investigatori e i legali delle parti civili.
A scriverla, in una chat WhatsApp recuperata dagli inquirenti, è stata Jessica Moretti, la quale – insieme al marito Jacques – gestiva il bar Le Constellation a Crans-Montana, teatro della strage costata la vita a 41 persone nella notte di Capodanno. Quel messaggio, lungi dall’essere un semplice ammonimento generico, viene letto dall’accusa come la prova di una consapevolezza precisa: la coppia sapeva che la schiuma fonoassorbente, utilizzata per rivestire il soffitto del locale, rappresentava un materiale altamente infiammabile.
La porta bloccata e il pollice alzato
Non si tratta, tuttavia, dell’unico elemento a pesare sul destino giudiziario dei coniugi francesi. Un secondo scambio, riferito dal Polo d’inchiesta della RTS, coinvolge direttamente Jacques Moretti e un dipendente. L’oggetto della conversazione, particolarmente scabroso data la dinamica della tragedia, riguardava la porta di sicurezza del Constellation – quella situata proprio di fronte ai servizi igienici. “È sempre bloccata?” avrebbe chiesto il titolare al suo interlocutore, chiedendo conferma che nessuno la utilizzasse.
Alla risposta affermativa del dipendente, il gestore avrebbe replicato con l’emoji del pollice alzato. Se da un lato la difesa, tramite l’avvocato Patrick Michod, ha cercato di ridimensionare la portata di questa prova sostenendo che il termine “bloccata” venisse usato in gergo per indicare una porta che doveva restare aperta (un’affermazione che ha suscitato più di una perplessità in aula), dall’altro lato i pubblici ministeri hanno visto in quel simbolo e in quelle parole una volontà esplicita di mantenere inagibile una via di fuga.
La nuova accusa di falso documentale
In questo quadro già complesso, la procura del Cantone del Vallese ha aggiunto un ulteriore tassello procedendo a una nuova contestazione formale nei confronti di Jessica Moretti. All’udienza di venerdì, la donna ha dovuto rispondere anche dell’accusa di falso documentale, un reato che rischia di aggravare ulteriormente la sua posizione nell’ambito dell’inchiesta per omicidio colposo e incendio colposo.
Il capo d’imputazione si riferisce a una fattura risalente al 2015, relativa proprio all’acquisto della famigerata schiuma fonoassorbente; secondo l’ipotesi accusatoria, il documento sarebbe stato alterato o, comunque, non corrisponderebbe alla realtà dei fatti, rappresentando un tentativo – secondo gli inquirenti – di occultare o ritardare l’individuazione del materiale che ha reso il rogo così rapido e devastante.
I legali della coppia hanno ovviamente respinto l’accusa, sostenendo che la transazione fosse reale e che il documento fosse stato semplicemente registrato in contabilità con una dicitura diversa, ma la magistrata Catherine Seppey avrebbe manifestato più di un dubbio sulla credibilità di questa versione.
Il confronto diretto a Sion
L’udienza del 5 giugno, che si è tenuta nel campus Energypolis di Sion alla presenza di oltre 70 avvocati di parte civile, ha rappresentato un momento processuale di rara tensione. Era la prima volta, dall’inizio dell’inchiesta aperta dopo la notte del primo gennaio, che i coniugi Moretti venivano sottoposti a un interrogatorio incrociato nella stessa stanza: una scelta investigativa precisa, volta a mettere a confronto le rispettive versioni (spesso, a quanto pare, divergenti) su quanto accaduto quella notte.
Tra il pubblico, a osservare, c’erano anche i familiari delle vittime, come Laetitia Brodard-Sitre, che ha perso il figlio Arthur di soli sedici anni; quest’ultima ha accusato la coppia di “giocare la parte delle vittime” durante il lungo interrogatorio durato dieci ore, sottolineando l’amarezza di chi, ogni giorno, è costretto a fare i conti con una perdita inaccettabile.
Al termine della giornata, i gestori – che vantano precedenti penali in Francia legati a vicende di sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona – hanno lasciato l’aula senza rilasciare dichiarazioni, mentre i loro avvocati hanno parlato di “frasi estrapolate dal contesto” e di un’indagine che avrebbe ormai superato i confini della ragionevolezza.




