L’addio a Domenico tra il dolore della folla e la richiesta di giustizia della madre, mentre il chirurgo Oppido si difende e nuovi particolari emergono sul clima all’ospedale Monaldi
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Redazione Interno
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La cattedrale di Nola si è stretta attorno al feretro bianco del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo morto dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli, in una cerimonia funebre che ha visto la piazza gremita di persone e le istituzioni presenti al completo. Mentre la bara, coperta di fiori e accompagnata dalle note di “Guerriero” di Marco Mengoni, faceva il suo ingresso tra due ali di folla commossa, il dolore dei genitori si mescolava al bisogno di verità, in un clima reso ancora più teso dalle rivelazioni che emergono giorno dopo giorno sull’ambiente lavorativo del reparto di cardiochirurgia pediatrica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, giunta nel duomo per porgere le condoglianze, ha abbracciato a lungo la mamma Patrizia, la quale, con voce ferma nonostante la sofferenza, ha voluto lanciare un messaggio preciso: chi ha sbagliato deve pagare, ha detto la donna, ma senza che questo si trasformi in una condanna generalizzata verso tutti i medici e gli infermieri dell’équipe che in quei drammatici frangenti aveva operato.
Sull’altare, accanto al vescovo di Nola, Francesco Marino, e al cardinale Domenico Battaglia, figura che era stata vicina alla famiglia già nelle ultime ore di vita del piccolo, la richiesta di giustizia saliva anche dalla folla, dove più di qualcuno invocava che non resti impunito quanto accaduto. E mentre il feretro lasciava la chiesa tra un lungo applauso e il volo di palloncini bianchi, l’attenzione si spostava inevitabilmente sugli sviluppi giudiziari della vicenda, con l’autopsia che ha confermato come il cuore destinato al trapianto fosse sano al momento dell’espianto, avvenuto a Bolzano, spostando così il fulcro delle indagini su quanto possa essere accaduto durante il trasporto o nella fase dell’intervento. È in questo contesto che si inserisce la difesa del cardiochirurgo Guido Oppido, il professionista che ha eseguito l’operazione e che ora si trova sospeso e indagato per omicidio colposo assieme ad altri sei sanitari.
La replica del medico e le ombre sul clima in ospedale
Raggiunto dalle telecamere della trasmissione “Lo Stato delle Cose” condotta da Massimo Giletti, il dottor Oppido ha rotto il silenzio stampa per rivendicare la correttezza del proprio operato, parlando di undici anni di lavoro in Campania e di tremila bambini operati, una carriera che a suo dire sarebbe stata ingiustamente infangata dalle polemiche e dai riflettori accesi sulla sua persona. Il chirurgo, pur evitando di entrare nei dettagli tecnici che lo vedono coinvolto nell’inchiesta — come l’uso del ghiaccio secco nel contenitore termico che ha trasportato l’organo — e rimandando ogni chiarimento all’autorità giudiziaria, ha lasciato trasparire tutto il suo sconforto, affermando che i giornalisti gli stanno rovinando la vita e che lui è convinto di aver fatto le cose per bene. La sua posizione, tuttavia, non è l’unica a essere finita sotto la lente d’ingrandimento della Procura, che sta cercando di ricostruire l’intera catena di responsabilità, dalle comunicazioni intercorse durante l’intervento alle tempistiche dello scongelamento del cuore.
Parallelamente alle dichiarazioni del primario, iniziano a filtrare dettagli inquietanti sull’atmosfera che si respirava nel reparto del Monaldi, con alcuni componenti dell’équipe che avrebbero raccontato di un clima di tensione e di presunte pressioni subite. Stando a quanto riportato da alcuni organi di stampa, emerge un quadro in cui il personale si sarebbe sentito spesso umiliato e intimidito dal comportamento del chirurgo, tanto che qualcuno avrebbe chiesto un suo allontanamento dal reparto già in passato, ben prima della tragedia che ha portato alla morte del piccolo Domenico. Queste voci, che si aggiungono alle chat finite nel fascicolo dell’inchiesta e alle denunce anonime di un ambiente di lavoro ai limiti della sopportabilità, delineano uno scenario complesso, fatto di relazioni umane logorate e di possibili ripercussioni sulla qualità dell’assistenza e sulla serenità necessaria in sala operatoria.
L’appello della famiglia e la posizione della direzione sanitaria
In questo mare di accuse e controdeduzioni, la voce della madre di Domenico ha assunto un valore quasi di monito per tutti, capace di distinguere tra il dovere di fare chiarezza e il rischio di una caccia alle streghe indiscriminata. L’abbraccio che la donna ha voluto riservare alla direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, presente in duomo per le esequie, è stato il segnale più forte di questa volontà: un gesto di umanità che non cancella la richiesta di verità, ma che separa nettamente la responsabilità di chi ha eventualmente sbagliato dalla professionalità di chi ogni giorno lavora con dedizione. “Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi”, ha ripetuto la mamma, stringendo la manager, la quale dal canto suo ha assicurato che nessuno dimenticherà il piccolo guerriero e che l’azienda sta dimostrando con i fatti la propria vicinanza.
La speranza di giustizia per la famiglia Caliendo si affida ora al lavoro dei periti e al prosieguo dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli, con l’incidente probatorio che rappresenterà un passaggio fondamentale per cristallizzare le prove tecniche. Mentre la salma del bambino viene infine restituita ai suoi cari per la sepoltura, resta aperto il fronte delle indagini interne all’ospedale, con la Corte dei Conti che ha avviato verifiche per eventuali sprechi o disfunzioni, e il reparto di cardiochirurgia pediatrica che si trova a fare i conti non solo con il dolore per quanto accaduto, ma anche con una crescente sfiducia da parte dell’utenza, testimoniata dalle numerose disdette di interventi già programmati. La verità processuale dovrà stabilire se si sia trattato di una fatale concatenazione di eventi sfortunati o di errori umani e procedurali, ma intanto il piccolo Domenico è diventato, come è stato detto dal pulpito, un figlio simbolo per un’intera comunità che non smette di chiedere chiarezza.




