Il clima da paura in sala operatoria al Monaldi, la lettera degli infermieri contro il primario Oppido

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tragedia del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo morto dopo un trapianto di cuore eseguito con un organo danneggiato dal ghiaccio secco, continua a produrre strascichi giudiziari e ora anche pesanti ripercussioni interne all’ospedale Monaldi di Napoli. Undici operatori sanitari del reparto di cardiochirurgia pediatrica, tra infermieri, OSS e tecnici, hanno rotto il muro di omertà che spesso avvolge le dinamiche ospedaliere, consegnando alla direzione aziendale una lettera di fuoco datata 27 gennaio scorso, quindi circa un mese prima che il bimbo si spegnesse dopo una lunga agonia. In quella missiva, i professionisti descrivono un ambiente di lavoro che definiscono, senza mezzi termini, "fortemente tossico, intimidatorio e lesivo della dignità professionale", puntando il dito contro il comportamento del primario Guido Oppido, il chirurgo calabrese finito al centro della bufera e attualmente sospeso insieme ad un'altra collega.

L’accusa di un clima di tensione quotidiana firmata da undici professionisti

Nel dettaglio della segnalazione, di cui hanno dato conto numerosi organi di stampa e che è stata resa pubblica dall’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del piccolo, si parla di una condizione lavorativa divenuta ormai insostenibile, protratta nel tempo e non riconducibile a meri episodi isolati. Gli infermieri raccontano di una realtà quotidiana scandita da urla, aggressività verbale, umiliazioni pubbliche e svalutazione sistematica delle competenze professionali, un copione che si ripeterebbe con tale frequenza da aver generato un clima di paura e tensione costante all’interno dell’équipe. Vengono menzionati, nella ricostruzione resa dai firmatari, anche episodi di linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, oltre ad atteggiamenti intimidatori capaci di inibire qualsiasi forma di dialogo costruttivo in un contesto, quale è la sala operatoria, dove invece la comunicazione dovrebbe essere limpida e immediata per garantire la sicurezza dei piccoli pazienti.

Lo stress e l’ipotesi di trasferimento collettivo come sintomo del malessere

Le conseguenze di questo clima, a leggere la lettera indirizzata alla direttrice generale Anna Iervolino e al management dell’Azienda ospedaliera dei Colli, sarebbero pesantissime sul piano umano e professionale. Il personale parla apertamente di ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività e un diffuso stato di burnout, una sindrome da esaurimento emotivo che finisce inevitabilmente per riverberarsi sulla qualità dell’assistenza erogata. Tanto che, ed è questo un passaggio di estrema gravità, l’intera équipe avrebbe preso in considerazione, in maniera congiunta, l’ipotesi del trasferimento ad altri reparti, se non addirittura le dimissioni in blocco, ritenendo l’attuale contesto incompatibile non solo con la propria salute psicofisica, ma anche con l’esercizio sereno e responsabile della professione, una prospettiva, quella delle dimissioni collettive, che evidenzia il livello di tensione ormai raggiunto.

Criticità organizzative e il nodo della comunicazione in sala operatoria

Non si tratta solo di attriti personali o di un presunto carattere impossibile del primario, ma la denuncia solleva anche questioni organizzative che, alla luce di quanto accaduto il 23 dicembre, assumono contorni ancor più inquietanti. Nella lettera, gli operatori fanno riferimento a tempi di attesa giudicati ingiustificati con pazienti pediatrici tenuti a sterno aperto, a liste operatorie poco chiare e a una comunicazione ritenuta insufficiente riguardo ai protocolli chirurgici. Tutti elementi che, in un reparto di altissima specializzazione come la cardiochirurgia pediatrica, dovrebbero essere blindati per scongiurare errori. Eppure, proprio il caso del piccolo Domenico ha messo in luce un clamoroso deficit comunicativo, con il "giallo" del presunto assenso ricevuto da Oppido per procedere all’espianto del cuore malato mentre l’organo donato, arrivato da Bolzano, era in realtà ancora avvolto in un blocco di ghiaccio secco, una circostanza che emerge chiaramente dalle relazioni interne e dagli atti dell’inchiesta.

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