Il Monaldi, l’inchiesta della Corte dei Conti e la lettera dello staff: «Da Oppido offese e urla, clima di paura in sala operatoria»
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Redazione Interno
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Non c’è pace per l’ospedale Monaldi di Napoli, la struttura dell’azienda dei Colli che fino a ieri era considerata – e per certi versi lo è ancora – un centro di eccellenza nel panorama sanitario, sia regionale che nazionale. La tragica vicenda del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo morto il 21 febbraio dopo un trapianto di cuore complicato dall’uso di ghiaccio secco durante il trasporto dell’organo da Bolzano, ha aperto una crepa profonda nel reparto di cardiochirurgia pediatrica. E da quella crepa, nelle ultime ore, sta fuoriuscendo molto più di quanto ci si potesse attendere. Non solo la Procura della Repubblica, con sette medici indagati per omicidio colposo, ma ora anche la Procura regionale della Corte dei Conti della Campania ha messo nel mirino la gestione del polo ospedaliero: si cerca di capire se ci siano stati sprechi di risorse pubbliche, magari legati a quelle strumentazioni di ultima generazione – i box frigo acquistati e mai utilizzati per mancanza di formazione – che già erano emerse nelle scorse settimane come uno dei nodi centrali dell’inchiesta principale.
A gettare benzina sul fuoco, però, è stata la divulgazione di un documento interno che risale al 27 gennaio scorso, firmato da undici operatori della sala operatoria – infermieri, tecnici e operatori socio-sanitari – e indirizzato a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli, a cominciare dalla direttrice generale Anna Iervolino. La lettera, resa pubblica dall’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, proprio all’indomani dei funerali del piccolo celebrati nel duomo di Nola, dipinge un quadro a dir poco allarmante del clima che si respira in quel reparto. Non si parla, in quelle pagine, della tragedia specifica di Domenico, ma di una condizione lavorativa che viene definita «fortemente tossica, intimidatoria e lesiva della dignità professionale», con effetti che, nelle intenzioni di chi scrive, finiscono inevitabilmente per riverberarsi sulla sicurezza stessa dei pazienti.
«Urla, bestemmie e umiliazioni pubbliche»: la denuncia corale dell’equipe contro il primario
Nel mirino degli undici firmatari finisce esplicitamente il comportamento del primario dei trapianti pediatrici, Guido Oppido, che tra l’altro risulta tra gli indagati nell’inchiesta della Procura di Napoli. Il personale racconta di «comportamenti sistematici e quotidiani» che andrebbero avanti da tempo: si parla di «urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali», ma anche di un «linguaggio offensivo e denigratorio» che includerebbe «bestemmie e imprecazioni». Un atteggiamento, si legge nella missiva, che si manifesterebbe prevalentemente in sala operatoria, creando un ambiente in cui la comunicazione all’interno dell’équipe viene di fatto inibita da atteggiamenti intimidatori. A testimoniare la sistematicità della condotta, gli infermieri citano un episodio specifico, un incontro formale avvenuto il 24 novembre 2025, durante il quale le reazioni del primario sarebbero state «ostili e aggressive».
Gli effetti di questo stato di cose sul personale vengono descritti con dovizia di particolari: «ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout». La tensione, spiegano, ha raggiunto livelli tali che «l’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento», ritenendo l’attuale contesto «incompatibile con la tutela della propria salute e con l’esercizio sereno responsabile della propria professione». Non si tratta, sottolineano, di lamentele estemporanee: le stesse criticità sarebbero state già segnalate in passato «in sede di audit, confronti interni, incontri ripetuti con il Direttore Medico di presidio».
Ritardi e organizzazione, il nodo della sicurezza dei piccoli pazienti
Nella lettera, però, non si parla solo del benessere degli operatori, ma si mette nero su bianco un collegamento diretto tra quel clima di paura e la qualità dell’assistenza. I firmatari evidenziano «criticità organizzative generali» che andrebbero a impattare direttamente sui bambini operati, come «tempi di attesa ingiustificati con pazienti pediatrici a sterno aperto», una «mancanza di liste operatorie chiare e strutturate» e una «comunicazione insufficiente riguardo ai protocolli chirurgici». Un passaggio, quest’ultimo, particolarmente duro, perché sottolinea come la durata dell’intervento sia un «fattore di rischio modificabile per le infezioni del sito chirurgico», e come, alla luce di ciò, «non risulta pertanto giustificabile il protrarsi di atteggiamenti o comportamenti che determinino ritardi evitabili».
Quello che emerge dalla missiva, dunque, è il ritratto di un reparto in cui la «gerarchia medico-centrica» e la «comunicazione assente» hanno generato una «percezione di insicurezza diffusa»: gli infermieri, gli oss e i tecnici, scrivono, «non si sentono attualmente più sicuri di collaborare con il dottor Guido Oppido». Un’accusa pesantissima, che arriva proprio nei giorni in cui l’ospedale è finito sotto la lente della magistratura contabile e mentre il dolore della famiglia Caliento – con la mamma Patrizia che durante i funerali ha chiesto di non dimenticare suo figlio – si intreccia con la rabbia di una città intera. E se da un lato la direzione aziendale, con la Iervolino che ha incontrato la madre del piccolo in camera ardente, cerca di gestire una crisi senza precedenti, dall’altro la Procura della Corte dei Conti comincia a setacciare bilanci e appalti, in un’inchiesta che promette di fare ulteriore chiarezza su quanto accaduto in quei corridoi.




