La procura di Napoli al lavoro sulla "fuga" dal reparto di Oppido: si cercano i nomi di chi ha chiesto di andare via dal Monaldi
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Redazione Interno
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La macchina giudiziaria, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, continua a setacciare ogni angolo della vicenda legata alla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo un trapianto di cuore eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli. Un’inchiesta complessa, la loro, che non si limita a ricostruire le singole fasi di quell’intervento finito in tragedia, ma che cerca di far luce sul contesto umano e professionale in cui quel team operatorio si trovava a lavorare. I magistrati, in queste ore, hanno messo nel mirino un aspetto specifico e rivelatore: le richieste di allontanamento dal reparto di cardiochirurgia pediatrica, quello gestito fino a pochi mesi fa dal primario Guido Oppido, oggi sospeso e iscritto nel registro degli indagati. Attraverso l’analisi delle lettere e delle dichiarazioni già acquisite agli atti, la Procura ha delegato ai carabinieri del Nas una verifica puntuale, quasi un censimento, per stabilire con precisione quanti professionisti – infermieri, ma non solo – abbiano chiesto di lasciare quel reparto. E non solo: si vuole capire quanti di loro quella richiesta di trasferimento l’abbiano effettivamente ottenuta e concretizzata. Un’operazione, questa, che trasforma le voci e le tensioni, di cui si è parlato nelle scorse settimane, in elementi concreti di un’indagine che punta a delineare il clima all’interno della sala operatoria e dei piani deputati alla degenza dei piccoli pazienti.
Le tensioni in sala operatoria e la verifica dei Nas sul personale che ha lasciato
Il fulcro dell’attenzione investigativa, infatti, si è spostato sulle dinamiche interne a un reparto che, da quanto emerge da più parti, sarebbe stato attraversato da lacerazioni profonde. La stessa direzione generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, guidata da Anna Iervolino, nelle scorse settimane aveva ammesso pubblicamente di aver ricevuto e trasmesso agli uffici competenti diverse comunicazioni da parte del personale di sala operatoria, alcune delle quali sfociate in richieste formali di trasferimento. Una nota aziendale parlava esplicitamente di stress lavorativo, una condizione che sarebbe stata portata all'attenzione della Medicina del Lavoro e del Servizio di Prevenzione e Protezione proprio per valutarne le cause e le possibili correlazioni con il tragico evento del 23 dicembre. Ma la Procura, adesso, vuole vederci chiaro e intende srare quei numeri, quelle pratiche burocratiche, per trasformarle in un elenco preciso di persone. La richiesta ai carabinieri del Nas è chiara: accertare quanti siano stati gli infermieri e gli altri operatori che hanno manifestato l’intenzione di abbandonare l’équipe di Oppido, e quanti di loro ci siano effettivamente riusciti, ottenendo il trasferimento ad altri reparti o strutture. Un lavoro certosino, il loro, che potrebbe restituire l’immagine di un reparto in affanno, non solo dal punto di vista organizzativo ma anche nelle relazioni tra chi quel lavoro lo svolgeva ogni giorno.
La riorganizzazione del centro trapianti tra accordi con Roma e concorsi pubblici
Mentre la magistratura procede speditamente, la macchina amministrativa dell’Ospedale dei Colli tenta di correre ai ripari per rimettere in piedi un’attività, quella della cardiochirurgia pediatrica, che di fatto si è fermata dopo la sospensione di Oppido e della sua assistente, Gabriella Farina. La strategia della direzione generale si gioca su due tavoli distinti ma complementari. Da un lato, c’è la ricerca di specialisti attraverso le procedure ordinarie: è stato avviato un concorso per reclutare nuovi dirigenti medici con specifiche competenze in cardiochirurgia pediatrica, e sono state attivate le procedure per la mobilità in entrata da altre aziende sanitarie, anche di regioni diverse. Dall’altro, c’è la soluzione tampone, ma di altissimo profilo, rappresentata dall’accordo con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Una convenzione del valore di duecentotrentamila euro che garantirà per i prossimi tre mesi la presenza stabile a Napoli di un’équipe di quattro professionisti altamente specializzati: un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista. Una sinergia, questa, che non nasce dal nulla ma che rafforza un rapporto scientifico già consolidato, con l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità assistenziale e, nel contempo, di favorire un trasferimento di competenze verso il personale locale, gettando le basi per la ripartenza a tutti gli effetti del centro trapianti.
Il caso del chirurgo in aspettativa a Londra e le verifiche della Regione
Parallelamente agli sforzi per reperire nuove forze dall’esterno, un faro si è acceso anche su alcune strane anomalie del passato, storie di professionisti che, pur avendo i titoli, non sono mai stati davvero integrati nella macchina del Monaldi. La Direzione Generale per la Tutela della Salute della Regione Campania, attraverso una nota firmata dal direttore Ugo Trama, ha chiesto chiarimenti all’azienda ospedaliera sulla posizione del dottor Mario Fittipaldi, cardiochirurgo salernitano con un curriculum internazionale di tutto rispetto. Fittipaldi, che oggi lavora al Great Ormond Street Hospital di Londra – uno dei centri di trapianto cardiotoracico pediatrico più importanti d’Europa – è in aspettativa dal Monaldi dal 2020, dopo aver vinto un concorso proprio per la cardiochirurgia pediatrica. Eppure, nonostante le sue competenze maturate all’estero, non gli fu mai permesso di operare nel reparto diretto da Oppido, venendo dirottato su pazienti adulti in un contesto che lui stesso, anni fa, aveva definito di “incompatibilità ambientali”. Una vicenda che solleva interrogativi sulla gestione delle risorse umane e sulle scelte organizzative che hanno portato alla creazione, come qualcuno ha ipotizzato, di percorsi assistenziali paralleli, mentre un professionista di chiara fama veniva di fatto escluso dal settore per cui era stato assunto. Un nodo, questo, che la Regione ha chiesto di sciogliere, pretendendo una relazione dettagliata sull’intera questione.




