Morte del piccolo Domenico al Monaldi di Napoli, interdetti i medici Oppido e Bergonzoni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il gip del tribunale di Napoli, Mariano Sorrentino, ha disposto l’interdizione dalla professione medica per il cardiochirurgo Guido Oppido e per la sua vice, Emma Bergonzoni, i quali lo scorso 23 dicembre hanno eseguito il trapianto di cuore – poi rivelatosi fallimentare – sul piccolo Domenico Caliendo. L’organo, giunto da Bolzano, era stato irrimediabilmente danneggiato dal ghiaccio secco utilizzato per il trasporto, una circostanza che avrebbe trasformato il miracolo della donazione in una tragedia consumatasi il 21 febbraio tra le mura dell’ospedale Monaldi.

La misura, che comporta la sospensione rispettivamente per dodici e sette mesi, è stata emessa in relazione all’accusa di falso materiale e ideologico in concorso, un reato che riguarda specificamente la compilazione della cartella clinica del bambino; secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dal pm Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Ricci, i due sanitari avrebbero alterato la realtà dei fatti per allineare la documentazione a una versione degli eventi non corrispondente al vero.

L’accusa di falso e la ricostruzione dei tempi in sala operatoria

Il cuore del provvedimento giudiziario, e cioè il fulcro della contestazione, risiede nella presunta discrepanza tra quanto realmente accaduto il giorno dell’intervento e quanto invece riportato nero su bianco nel referto operatorio.

Secondo gli accertamenti condotti dai carabinieri del Nas, i medici avrebbero attestato falsamente, nei giorni successivi al trapianto, di aver eseguito le manovre di cannulazione e di circolazione extracorporea solo nel momento in cui l’équipe proveniente da Bolzano – quella che aveva materialmente prelevato l’organo dal donatore – aveva ormai raggiunto la struttura napoletana.

Gli investigatori, al contrario, hanno ricostruito una sequenza ben diversa: le operazioni sul piccolo Domenico, compreso l’espianto del suo cuore malato, sarebbero iniziate prima dell’arrivo dei colleghi altoatesini, un particolare decisivo che avrebbe esposto il bambino a un rischio mortale quando ci si rese conto che il nuovo cuore era ormai un "blocco di ghiaccio" inservibile.

Entrambi i chirurghi, assistiti dai rispettivi legali, hanno respinto le accuse nel corso degli interrogatori preventivi tenutisi il 31 marzo e il 21 maggio, sostenendo la correttezza del proprio operato e rivendicando la versione messa per iscritto.

La loro difesa, come riportato dagli atti, si è concentrata sul carattere apparentemente labile delle prove contrarie, definite talvolta come basate su "ricordi dei presenti a distanza di mesi"; tuttavia, il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto le evidenze raccolte dalla Procura sufficientemente gravi da giustificare l’interdizione cautelare, sebbene questa non riguardi l’altra grave imputazione contestata ai due, vale a dire l’omicidio colposo (per il quale restano indagati insieme ad altri cinque medici).

L’incidente probatorio e le analisi sui cuori del piccolo

Un passaggio cruciale per la definizione di questo complicato ginepraio giudiziario si è consumato lo scorso 10 giugno, con la conclusione dell’incidente probatorio disposto dallo stesso gip Sorrentino. Le operazioni peritali, svoltesi nel Policlinico di Bari, hanno visto al centro dell’attenzione due reperti biologici di enorme valore investigativo: il cuore danneggiato dal freddo proveniente da Bolzano e il cuore malato ma originario di Domenico, a cui era stato tolto per fare spazio all’organo ormai necrotizzato.

Ai lavori, a cui hanno preso parte i consulenti delle parti – sia quelli nominati dalla Procura sia quelli degli indagati e della famiglia Caliendo-Mercolino – è affidato il compito di chiarire l’entità dei danni tissutali.

Le prime rilevazioni, come riferito dal medico legale della famiglia del bimbo, avrebbero già evidenziato segni inequivocabili di necrosi provocati dalle temperature estreme (simili a vere e proprie ustioni da freddo), ma anche alterazioni riconducibili all’uso prolungato dell’Ecmo, il sistema di circolazione extracorporea che ha tentato tenacemente di sopperire alla mancanza di un organo vitale.

La complessità di questi accertamenti potrebbe però ritardare i tempi della giustizia: il deposito delle relazioni ufficiali, inizialmente previsto per settembre, su richiesta degli stessi periti potrebbe slittare di alcune settimana, slittando forse a metà ottobre.

Il ghiaccio secco e i protocolli violati nel trasporto organi

Se il nodo della "cronologia" degli eventi riguarda la responsabilità diretta dei chirurghi in sala, il contesto più ampio dell’inchiesta non può prescindere dalla causa prima del disastro, e cioè lo stato pietoso in cui versava l’organo destinato al trapianto. Secondo quanto emerso, il cuore sarebbe stato erroneamente conservato a contatto con il ghiaccio secco (anidride carbonica solida che raggiunge i -78,5°C) invece che mantenuto a temperature controllate intorno ai 4 gradi.

L’esposizione a un freddo così anomalo – hanno spiegato gli esperti – provoca la formazione di cristalli di ghiaccio all’interno delle cellule, perforando le membrane e rendendo il tessuto polmonare o cardiaco simile a quello di una "ustione".

A differenza di altri organi che sopportano tempi di ischemia più lunghi, il cuore richiede finestre temporali strettissime per l’impianto, e ogni deviazione dai protocolli standard – come quella ipotizzata per il trasporto dall’Alto Adige alla Campania – si traduce in un danno irreversibile. Oppido e Bergonzoni, così come gli altri cinque indagati per omicidio colposo, dovranno rispondere non solo di aver gestito male le procedure d’urgenza, ma anche di aver eventualmente tentato di occultare l’errore a monte manipolando gli orari in cartella.

Una strategia, quella della presunta alterazione del falso, che la Procura ha scelto di colpire duramente con la sospensione immediata, in attesa che la scienza dei periti sciolga definitivamente gli ultimi dubbi sulla natura della necrosi.

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