Il giallo del cardiochirurgo italiano che opera a Londra mentre Napoli chiedeva aiuto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tragica scomparsa del piccolo Domenico, avvenuta all’indomani di un trapianto di cuore eseguito e poi rivelatosi fallimentare presso l’ospedale Monaldi di Napoli, ha aperto uno squarcio non solo sull’intervento in sé, ma su dinamiche interne all’azienda sanitaria che appaiono, a dir poco, controverse. L’attenzione della Regione Campania, e in particolare della Direzione generale per la tutela della salute, si è concentrata su una figura professionale che, sulla carta, avrebbe potuto rappresentare una risorsa per il reparto di cardiochirurgia pediatrica, quello stesso diretto da Guido Oppido dove si è consumata la tragedia. Si tratta del dottor Mario Fittipaldi, cardiochirurgo salernitano con un curriculum internazionale di tutto rispetto, il quale, però, dal 2020 si trova in aspettativa dal Monaldi e presta servizio a Londra, inizialmente al St. Thomas Hospital e ora al Great Ormond Street Hospital, uno dei centri di eccellenza mondiali per i trapianti pediatrici.

Una nota della Regione, firmata dal direttore generale Ugo Trama e indirizzata alla numero uno dell’Azienda dei Colli, Anna Iervolino, ha chiesto spiegazioni dettagliate su questa paradossale situazione. Il nodo della questione, che ha del kafkiano, è presto detto: perché un professionista con le competenze di Fittipaldi, rientrato in Italia dopo anni all’estero per mettere la propria esperienza al servizio del suo paese, non è mai stato effettivamente impiegato nel settore per cui era stato assunto? Lui stesso, tramite una Pec, aveva sollecitato chiarimenti sul suo mancato utilizzo in cardiochirurgia pediatrica, sottolineando come, dopo il suo arrivo, fosse stato dirottato nel reparto adulti e come, successivamente, fossero stati banditi concorsi per dirigenti medici in cardiochirurgia pediatrica vinti, a suo dire, da personale con minore esperienza specifica.

L’amaro destino di un “cervello” rientrato e le incompatibilità ambientali

La storia professionale del dottor Fittipaldi, per come è stata ricostruita anche in passato, rappresenta emblematicamente le difficoltà che molti medici italiani incontrano nel tentativo di fare ritorno in patria. Dopo una prima fase di formazione all’estero, iniziata nel 2012, Fittipaldi aveva vinto un concorso al Monaldi nel gennaio 2020, alimentando la speranza di poter finalmente contribuire alla crescita della sanità campana. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale si è presto scontrato con una realtà fatta di resistenze e, per usare le sue stesse parole, di “incompatibilità ambientali” riscontrate all’interno dell’équipe. In quasi sei mesi, gli venne concessa l’attività chirurgica in rarissime occasioni, un’emarginazione professionale che lo portò a denunciare la situazione persino al Capo dello Stato e all’allora governatore Vincenzo De Luca, senza tuttavia ottenere risultati concreti.

Amareggiato e con la sensazione di vedere la propria professionalità “calpestata”, Fittipaldi optò per l’aspettativa e fece ritorno a Londra, dove la sua competenza è invece riconosciuta e valorizzata. Il paradosso, oggi, è che mentre il Monaldi si trova nel mezzo di una bufera giudiziaria e organizzativa, con sette indagati per omicidio colposo e la sospensione del primario Oppido e della collega Gabriella Farina, la direzione sanitaria, dopo la morte di Domenico, ha inviato una richiesta di curriculum proprio a Fittipaldi per valutare un suo eventuale impiego. Una richiesta che sa di beffa, considerando che il chirurso, in una delle sue ultime comunicazioni, ha ribadito come l’azienda, dopo averlo accantonato, abbia bandito concorsi senza nemmeno interpellarlo, costringendolo di fatto a rimanere all’estero per continuare a esercitare la disciplina per cui si era formato.

I silenzi, le chat e un clima di reparto tutt’altro che sereno

Parallelamente alla vicenda Fittipaldi, l’inchiesta della Procura di Napoli, condotta dai carabinieri del Nas, sta mettendo in luce un quadro più ampio di presunte disfunzioni che vanno oltre il singolo errore tecnico. Non si indaga solo sull’uso del ghiaccio secco e del contenitore isotermico per il trasporto del cuore da Bolzano a Napoli, ma anche sulle tempistiche e sulla comunicazione con la famiglia del piccolo Domenico, i cui genitori hanno denunciato di non essere stati adeguatamente informati sull’accaduto, un elemento questo che ha portato a esposti agli Ordini dei Medici. Gli inquirenti stanno setacciando chat, tabulati e testimonianze che dipingono un clima interno tutt’altro che disteso.

A emergere, in particolare, è una lettera firmata da undici infermieri che parlano di minacce, insulti e un clima di paura diffuso. A ciò si aggiungono interrogativi sollevati da esponenti politici riguardo ad asseriti conflitti di interesse interni al reparto, con riferimento alla presenza di coniugi all’interno della stessa unità operativa. Un ambiente, insomma, dove la fragilità gestionale sembra aver attecchito, sollevando il malcontento non solo dei professionisti estromessi come Fittipaldi, ma anche degli stessi pazienti e delle loro famiglie, che chiedono a gran voce trasparenza e una svolta nella conduzione del centro trapianti.

L’ombra dell’omofobia e le crepe nella deontologia professionale

A rendere ancora più complesso il quadro delle relazioni umane e professionali all’interno della cardiochirurgia pediatrica napoletana, sono emerse di recente dichiarazioni dello stesso Mario Fittipaldi, il quale, in un post su LinkedIn risalente all’ottobre del 2024, ha denunciato di essere da anni vittima di attacchi di matrice omofoba da parte di un collega cardiochirurgo pediatrico operante in Italia. Pur non facendo nomi espliciti, il professionista ha parlato di episodi caratterizzati da una “violenza crescente”, manifestazione di un’ideologia che, a suo dire, mina il rispetto professionale e la dignità non solo dei colleghi, ma anche dei pazienti, sollevando un dubbio inquietante sulla qualità delle cure che possono essere garantite da chi nutre simili pregiudizi.

Questa denuncia, che invoca l’intervento degli Ordini professionali, aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione di quelle “incompatibilità ambientali” che Fittipaldi aveva già segnalato nel 2020, gettando una luce sinistra su dinamiche di esclusione che potrebbero aver radici ben più profonde e personali della semplice rivalità professionale. Un aspetto, questo, che apre scenari inquietanti sulla cultura aziendale e sui criteri di selezione e integrazione del personale in una struttura sanitaria pubblica di primaria importanza come il Monaldi.

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