Garlasco e il giallo della traccia 61, Pietracatella e il dubbio sulla ricina: le due frontiere del giallo italiano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quasi due decenni di distanza da quel 13 agosto 2007, il delitto di Garlasco continua a restituire immagini nitide di una scena del crimine che sembra non voler cedere tutti i suoi segreti. Se da un lato la Procura di Pavia – come emerge dalle ultime indiscrezioni raccolte nei programmi di approfondimento come “Quarto Grado” – avrebbe richiesto una nuova consulenza tecnica per fare chiarezza sui labirinti genetici della vicenda, dall’altro l’attenzione si riappunta con ossessiva precisione su un particolare che sembrava ormai archiviato: la cosiddetta “traccia 61”. Quella piccola macchia di sangue, rinvenuta sull’anta del mobile posto sotto il microonde nella cucina della villetta di via Pascoli, è tornata al centro del dibattito per ciò che rivela, o meglio, per ciò che insinua riguardo i movimenti dell’assassino dopo l’aggressione.

I movimenti in cucina e l’ombra della “traccia 61”

Stando alla Bloodstain Pattern Analysis (BPA) eseguita dai carabinieri nel 2007, la cui relazione tecnica menziona un “combur test” dal risultato positivo su quella traccia bruna, la presenza del sangue di Chiara Poggi in cucina non è mai stata considerata un incidente. La goccia, che appartiene esclusivamente alla vittima – come ha recentemente ribadito il consulente della famiglia Poggi, Dario Redaelli, chiarendo che non si tratta di un profilo genetico misto – potrebbe essersi staccata dall’arma del delitto ancora impugnata dall’aggressore mentre questi si spostava tra gli ambienti. L’ipotesi più accreditata, e che trova riscontro anche in alcune sentenze, descrive un killer che, dopo aver consumato la violenza, si sarebbe diretto nel bagno per ripulirsi per poi fare tappa in cucina; qui avrebbe forse cercato un sacchetto per occultare l’arma o altro materiale, ed è proprio in quella sosta che sarebbe caduta quella fatale goccia. Tuttavia, la difesa dei familiari di Chiara non esclude una dinamica radicalmente opposta, ovvero che una parte dell’aggressione, violenta e cruenta, sia scoppiata proprio tra le pareti della cucina, prima ancora che la lotta si spostasse nel soggiorno e poi sulle scale. Questa duplice lettura della “traccia 61” la trasforma in un nodo interpretativo cruciale per le nuove perizie, dove il confine tra la fase dell’omicidio e quella post-omicidio si fa sempre più sottile.

L’avvelenamento di Pietracatella: il veleno e i silenzi

Se a Garlasco si parla di impronte digitali e movimenti, a Pietracatella, il piccolo centro a trenta chilometri da Campobasso, la cronaca nera assume i contorni di un giallo chimico che ha cancellato in pochi giorni l’allegria delle scorse festività natalizie. La morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita, consumatasi tra il 27 dicembre e i giorni immediatamente successivi, ha subìto una metamorfosi giudiziaria impressionante: da sospetta intossicazione alimentare (che aveva portato all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque medici per omicidio colposo) a duplice omicidio premeditato, dopo che le analisi tossicologiche hanno fatto emergere tracce di ricina. La potenza di questo veleno, capace di inibire la sintesi proteica causando necrosi tissutale, ha spinto gli inquirenti a riaprire ogni pista; a rendere il quadro ancora più inquietante è la posizione del padre e marito, Gianni Di Vita, unico sopravvissuto del nucleo familiare presente in casa quella sera, che pure aveva accennato a sintomi di malessere ma senza le conseguenze letali che hanno stroncato la moglie e la figlia.

La consulenza e i dubbi sulla natura della tossina

Nel corso della recente puntata di “Quarto Grado”, la criminologa Roberta Bruzzone ha gettato un ulteriore sasso nello stagno delle certezze processuali, mettendo in dubbio che la sostanza riscontrata nei corpi sia effettivamente la ricina o, quantomeno, che lo sia nella sua forma pura. La perplessità della dottoressa si basa sull’assenza di una necrosi massiva dei tessuti, un effetto che ci si aspetterebbe di osservare data la letalità della tossina; questo elemento di contrasto ha indotto la Procura ad affidare accertamenti a centri specializzati, tra cui il centro antiveleni di Pavia, con ulteriori verifiche disposte anche in Svizzera e negli Stati Uniti per fugare ogni dubbio. La figura del marito, che ha recentemente sostituito il proprio legale dopo una lunga audizione in Procura, resta al centro dell’attenzione investigativa, anche se al momento nessuna accusa formale è stata elevata nei suoi confronti. La testimonianza del fratello di Antonella, raccolta dalla trasmissione, ha restituito il ritratto di una famiglia distrutta da un lutto che sa troppo di artificio, dove il silenzio degli inquirenti sulla fonte del veleno alimenta la suspense in un paese abituato a vivere all’ombra dei tratturi.

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