La procura indaga su un farmaco e il Monaldi ottiene il supporto del Bambino Gesù
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Redazione Interno
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Le indagini sulla morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e quattro mesi deceduto il 21 febbraio dopo un trapianto di cuore eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli, si arricchiscono di nuovi elementi e si allargano a ipotesi investigative che coinvolgono la fase dell’espianto avvenuta a Bolzano. Mentre la procura partenopea cerca di ricostruire con esattezza la catena di errori che avrebbe portato al danneggiamento dell’organo — un cuore, secondo le prime ricostruzioni, erroneamente esposto a temperature troppo rigide durante il trasporto — emergono dubbi su un’altra possibile criticità: la somministrazione di un farmaco al donatore nella struttura altoatesina. Un passaggio, questo, su cui gli ispettori del Ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti avrebbero concentrato la loro attenzione, ipotizzando che un dosaggio non corretto di quel medicinale, o forse una tipologia sbagliata, possa aver compromesso la vitalità del cuore già prima del prelievo, rendendolo di fatto meno resistente alle successive fasi di conservazione e trasporto.
Nel frattempo, all’orizzonte del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, scosso dalla bufera giudiziaria e dalla sospensione di due suoi medici — tra i quali il primario Guido Oppido, che eseguì l’intervento — si profila una soluzione organizzativa decisa dalla direzione dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. Per garantire la continuità delle operazioni più complesse e rilanciare l’attività in un momento di evidente difficoltà, una équipe di quattro specialisti provenienti dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, composta da un cardiochirurgo, un anestesista e due infermieri specializzati, lavorerà fianco a fianco con il personale della struttura napoletana per i prossimi tre mesi. Un intervento che mira a tenere in vita un reparto che vanta una storia di eccellenze, come ricordano i numerosi genitori che in questi giorni hanno preso le difese del dottor Oppido.
Il fronte dei genitori e i nuovi accertamenti tecnici
Proprio la figura di Guido Oppido, cardiochirurgo calabrese di lungo corso, è al centro di una mobilitazione spontanea che arriva dai pazienti e dalle loro famiglie. Un gruppo di 186 genitori, i cui figli sono stati operati dal medico negli anni, ha firmato e diffuso una lettera aperta in cui si respinge quella che viene definita una “gogna mediatica” nei confronti del chirurgo, sottolineando come molti bambini debbano la vita alla sua competenza e alla sua dedizione. Una presa di posizione che, se da un lato testimonia il capitale di fiducia accumulato in oltre un decennio di attività dal professionista — che lui stesso, in un’intervista, ha ricordato di aver operato tremila bambini — dall’altro non arresta il corso delle verifiche giudiziarie, che procedono su più binari. Agli atti dell’inchiesta, coordinata dalla Procura di Napoli, sono finite anche alcune segnalazioni relative a condizioni di stress lavorativo denunciate da personale della sala operatoria, elementi che la direzione aziendale ha prontamente trasmesso alla medicina del lavoro e all’ufficio procedimenti disciplinari per gli approfondimenti del caso.
Ombre sul dosaggio e le criticità strutturali
La complessità del caso è data dalla concomitanza di fattori che gli inquirenti stanno cercando di verificare. Da un lato, l’ipotesi dell’errore umano legato al trasporto dell’organo, con l’uso di ghiaccio secco in un contenitore che potrebbe averne compromesso l’integrità. Dall’altro, lo scenario che si sta facendo strada nelle ultime ore, relativo appunto alla somministrazione del farmaco a Bolzano. Un elemento, questo, su cui gli stessi legali della famiglia Caliendo hanno mostrato cautela, precisando che l’eventuale conferma di un errore in fase di espianto non cancellerebbe comunque le responsabilità dell’équipe napoletana. A ciò si aggiungono le criticità strutturali del reparto di cardiochirurgia pediatrica, più volte segnalate da associazioni di consumatori come Federconsumatori, che avevano denunciato l’assenza di reparti dedicati e spazi inadeguati per i piccoli pazienti, sollevando interrogativi su come il Centro nazionale trapianti avesse potuto valutare la sicurezza del centro, autorizzandolo comunque a procedere nonostante le non conformità rilevate non fossero state classificate come critiche. Un intreccio di elementi, dunque, che spazia dalle condotte individuali alle carenze sistemiche, su cui la magistratura è chiamata a fare piena luce, mentre l’ospedale cerca di ripartire affidandosi alla professionalità dei colleghi del Bambino Gesù, in un clima di dolore e di inevitabile tensione.




