Napoli, le parole di Oppido in procura: “Nessuno mi disse del cuore danneggiato”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono parole nette, quelle pronunciate dal cardiochirurgo Guido Oppido ieri pomeriggio dinanzi al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, e suonano come una difesa articolata punto su punto nell’ambito dell’inchiesta che riguarda la morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni deceduto a fine febbraio dopo un trapianto di cuore finito in tragedia. Oppido, che insieme alla sua vice, la dottoressa Emma Bergonzoni, è indagato per falso nella cartella clinica oltre che per omicidio colposo, ha scelto di ricorrere a dati documentali e a elementi oggettivi – foto e video scattati in sala operatoria – per rispondere alla pesante richiesta di sospensione dalla professione avanzata dalla Procura. La strategia difensiva, messa a punto dagli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, punta a smontare la tesi accusatoria secondo cui l’espianto del cuore malato del piccolo sarebbe stato avviato prima dell’arrivo effettivo del nuovo organo, arrivato danneggiato da Bolzano a causa di un contatto diretto con il ghiaccio secco. “Nessuno ha comunicato al dottor Oppido che il cuore era danneggiato – hanno ribadito i legali – e non spettava a lui controllare”.

L’accusa di falso e il nodo dei dodici minuti

Al centro del vaglio giudiziario ci sono le contestazioni relative alla cartella clinica dell’intervento, avvenuto il 23 dicembre scorso al Monaldi, e in particolare l’orario del clampaggio aortico – la manovra che dà il via all’espianto – che per la Procura sarebbe stato modificato per farlo coincidere artificiosamente con l’arrivo dell’organo donato. Secondo gli inquirenti, rappresentati dal sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, il cuore del piccolo sarebbe stato asportato con un anticipo di circa dodici minuti rispetto al momento in cui il nuovo cuore era effettivamente disponibile in sala, un dettaglio che assume un peso specifico notevole nella ricostruzione delle responsabilità. La difesa di Oppido ha invece presentato elementi che, a suo dire, rovescerebbero questa sequenza: una foto scattata alle 14.26 ritrae il box frigo contenente l’organo già in sala operatoria, mentre un video girato alle 14.34 mostrerebbe il cuore malato del piccolo Domenico ancora pulsante sul tavolo, a dimostrazione del fatto che l’espianto non era ancora stato completato o, comunque, che il bimbo era ancora connesso alla circolazione.

“Nessuna comunicazione sulle criticità”, la replica sulle procedure

Oppido, durante l’interrogatorio preventivo durato oltre tre ore, ha insistito su un aspetto che i suoi difensori hanno definito centrale: l’assoluta mancanza di comunicazione, in sala operatoria, riguardo alle condizioni critiche in cui versava il cuore prelevato a Bolzano. “Zero comunicazione in sala operatoria; zero riferimento alle criticità riscontrate sul cuore donato giunto al Monaldi”, hanno riassunto gli avvocati, sottolineando come il chirurgo si sia trovato a operare senza avere piena contezza dello stato di degrado dell’organo, poi definito da più parti come “un blocco di ghiaccio” o “bruciato dal ghiaccio secco”. In questo senso, la difesa ha anche evidenziato come le testimonianze raccolte nei mesi successivi, e su cui si basa in larga parte l’impianto accusatorio, siano state rese dopo molto tempo e possano quindi risentire di imprecisioni legate al ricordo. Per i legali di Oppido, la documentazione visiva acquisita agli atti – e che la Procura stessa ha messo a disposizione delle difese – rappresenterebbe la prova più affidabile per stabilire la corretta sequenza degli eventi, scagionando il cardiochirurgo dall’accusa di aver alterato i registri clinici.

L’ascolto di Bergonzoni e il confronto sulla cartella anestesiologica

Prima di Oppido, il gip Mariano Sorrentino ha ascoltato la dottoressa Emma Bergonzoni, che si è avvalsa della difesa dell’avvocato Vincenzo Maiello. Anche per lei, come per il primario, l’accusa è quella di falso in relazione alla presunta modifica degli orari, ma il suo interrogatorio – durato circa tre ore – ha restituito l’immagine di una professionista che, seppur provata emotivamente, ha fornito una ricostruzione “con lucidità” dei fatti, secondo quanto riferito dal legale. Bergonzoni avrebbe sostenuto la piena correttezza di quanto annotato in cartella, in coerenza con la versione già espressa dal suo superiore. Il quadro che emerge dal confronto tra le parti resta però diviso: da un lato l’accusa, che ritiene le discordanze tra i vari documenti – cartella anestesiologica, testimonianze, video – indizi sufficienti a configurare l’ipotesi di reato; dall’altro le difese, che puntano a dimostrare come le evidenze scientifiche e tecniche smentiscano la tesi del falso. Proprio su questo fronte, la vicenda processuale si arricchisce di ulteriori accertamenti, compresa l’analisi dei telefoni sequestrati al personale sanitario presente in sala, che potrebbero contenere immagini utili a fissare con precisione la cronologia degli eventi.

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