Domenico Caliendo, scontro Oppido-Petruzzi sul video in cui il cuore batteva ancora dopo l’espianto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Regna ancora l’incertezza sulle circostanze precise che hanno portato al decesso di Domenico Caliendo, soprannominato il “bimbo col cuore bruciato”. Per comprendere dove possano essere stati commessi errori e chi li avrebbe commessi è fondamentale ricostruire con precisione gli orari del trapianto di cuore eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli. È scontro tra il chirurgo Oppido e l’avvocato Petruzzi che assiste la famiglia del bambino.

La difesa di Oppido: “Non mi hanno avvisato, il cuore non era ghiacciato”

Guido Oppido, primario del Monaldi indagato per la morte del piccolo Domenico Caliendo, si è difeso nell’interrogatorio preventivo davanti al giudice Mariano Sorrentino con una strategia basata su elementi documentali precisi. “Non mi hanno avvisato che il cuore era ghiacciato”, ha ribadito il cardiochirurgo, rappresentato dagli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge, sottolineando come nessuno gli avesse comunicato le criticità dell’organo espiantato a Bolzano e trasportato con ghiaccio secco, circostanza che avrebbe compromesso irrimediabilmente la riuscita dell’intervento. La sua difesa ha insistito su un filmato girato in sala operatoria alle 14,34 del 23 dicembre 2025, giorno in cui al Monaldi è stato eseguito il trapianto: in quel video si vede il cuore malato del piccolo ancora pulsante sul tavolo operatorio, una circostanza che, secondo i consulenti di parte, dimostrerebbe come l’espianto dell’organo nativo non potesse essere avvenuto prima dell’arrivo del cuore del donatore. Otto minuti prima, alle 14,26, una fotografia ritrae il box frigo contenente l’organo proveniente dall’Alto Adige già presente in sala operatoria, elemento che la difesa utilizza per sostenere la corretta sequenza temporale delle operazioni.

La ricostruzione dell’accusa e il nodo dei dodici minuti

La Procura di Napoli, con i pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci, contesta a Oppido e alla sua vice Emma Bergonzoni, oltre all’omicidio colposo, anche il reato di falso ideologico in relazione alle presunte modifiche apportate alla cartella clinica. Al centro delle verifiche ci sono i famosi “dodici minuti” che separerebbero l’orario dell’inizio dell’espianto, segnato nella cartella della circolazione extrarea alle 14,18, dall’effettivo arrivo in sala operatoria del cuore da trapiantare, avvenuto secondo le testimonianze raccolte intorno alle 14,30. Una perfusionista, Virginia Terracciano, ha riferito agli inquirenti di un acceso diverbio con Oppido avvenuto il 10 febbraio scorso, durante il quale il primario, vedendo gli orari annotati, avrebbe reagito con “tono minaccioso”, prendendo a calci un termosifone e contestando la ricostruzione: “Com’è possibile che io abbia clampato alle 14.18 quando c’è stata una telefonata alle 14.22?”. La testimone, che aveva segnato l’orario guardando il proprio cellulare e la macchina cuore-polmoni, ha ribadito la propria versione, alimentando il sospetto che l’operazione fosse iniziata prima che il contenitore con l’organo danneggiato fosse stato aperto e ispezionato.

Petruzzi: “Una difesa priva di fondamento giuridico”

Dall’altra parte, l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, ha definito la linea difensiva del chirurgo “priva di ogni fondamento giuridico”. In un intervento ai microfoni della trasmissione “Storie italiane”, Petruzzi ha spiegato che il fatto che il cuore espiantato batta ancora alle 14,34 non costituisce una prova a favore di Oppido: “Sappiamo che il cuore, una volta espiantato dal petto, può fare ancora contrazioni per almeno 5 minuti, forse anche 7. Quello che non specifica la difesa di Oppido è quanto tempo ci voglia dal clampaggio all’exeresi completa dell’organo”. Il legale ha inoltre sottolineato come la difesa del primario, pur affermando che la box con il cuore del donatore era in sala già alle 14,26, non spieghi quanto tempo sia necessario per completare la procedura di espianto una volta effettuato il clampaggio, lasciando così un margine temporale che potrebbe ribaltare nuovamente la ricostruzione dei fatti. La madre di Domenico, Patrizia, ha aggiunto il suo sfogo: “Da ignorante, sto vedendo solo un arrampicarsi sugli specchi e uno scarica-barile. Prendetevi le vostre responsabilità”.

Un ulivo al Monaldi e l’assenza della famiglia

Mentre l’inchiesta procede tra consulenze tecniche e l’attesa del deposito dell’autopsia fissato per il 28 aprile, l’ospedale Monaldi ha promosso un gesto simbolico per ricordare il piccolo paziente: la piantumazione di un ulivo secolare nelle aiuole della struttura. Anna Iervolino, direttrice generale dell’Azienda dei Colli, da cui dipende l’ospedale, ha partecipato alla cerimonia, dichiarando: “Capisco la mamma, varcare i cancelli di questo ospedale rappresenta un dolore molto forte”. Tuttavia, la famiglia Caliendo ha deciso di non aderire all’invito, scegliendo di commemorare Domenico autonomamente a Nola, con una messa di suffragio prevista per il 14 aprile. In una nota, la fondazione intitolata al bambino ha spiegato che eventuali incontri con i vertici dell’azienda ospedaliera si terranno solo dopo l’8 aprile, quando l’avvocato Petruzzi è atteso per discutere la richiesta di risarcimento da tre milioni di euro già presentata. Contestualmente, il legale ha fatto sapere di essere in procinto di presentare altre tre richieste di “componimento bonario” per circa dieci milioni di euro, relative ad altrettanti decessi di bambini avvenuti al Monaldi, tutti pazienti di Oppido, in alcuni casi legati a infezioni nosocomiali.

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