Il sit-in per Oppido e il dolore della famiglia Caliendo: "Nessuna di loro venne per Domenico"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un centinaio di genitori, riuniti sotto le insegne dell'associazione "Battiti", hanno scelto di tornare davanti all'ingresso dell'ospedale Monaldi di Napoli, sebbene non per sostenere la propria battaglia, ma per stringersi simbolicamente attorno alla figura del cardiochirurgo Guido Oppido, il medico che, fino a prova contraria, rimane uno dei sette indagati per la morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo venuto a mancare dopo un trapianto cardiaco finito male lo scorso dicembre. La manifestazione, che ha visto la partecipazione di familiari di piccoli pazienti operati proprio dal chirurgo, è stata organizzata, come hanno tenuto a precisare le madri presenti, con l'intento di arginare quella che loro stesse definiscono una "gogna mediatica" nei confronti del personale del reparto, un clima che, a loro avviso, rischierebbe di compromettere la continuità assistenziale per i tanti bambini attualmente in cura presso la struttura. Durante il presidio, uno dei momenti più intensi e, per certi versi, simbolici, è stata la telefonata in diretta con Oppido, il quale, visibilmente provato, ha potuto ascoltare la voce di quei genitori che gli riconoscono il merito di aver salvato i propri figli, ricevendo parole di ringraziamento e vicinanza.

Eppure, questa iniziativa ha immediatamente sollevato un'ondata di polemiche, concentrando su di sé l'attenzione ben più di quanto non abbia potuto fare il dolore, forse troppo composto e privato, della famiglia del piccolo Domenico. A intervenire con durezza è stato Francesco Petruzzi, il legale di Patrizia Mercolino, la mamma del bambino, il quale ha definito il sit-in con un termine che lascia poco spazio a interpretazioni: "una pagliacciata". L'avvocato, in una nota stampa diffusa nelle stesse ore, ha voluto sottolineare lo stridente contrasto tra la compostezza mostrata dalla sua assistita e la coreografia di una manifestazione pubblica che, di fatto, sostiene un professionista indagato per omicidio colposo. "Patrizia è addolorata", ha spiegato il legale, "e non ha la forza di intervenire su questa cosa, ma vedere delle mamme che torneranno stasera dai loro figli manifestare per supportare un indagato, quando nessuna di loro è venuta a manifestare il suo cordoglio per la morte di Domenico, è semplicemente doloroso". Un'accusa, quella di Petruzzi, che mira al cuore del gesto, sottolineando come la solidarietà, per essere credibile, non possa prescindere da un atto di umana vicinanza a chi un figlio lo ha perso per sempre.

La replica delle mamme e il nodo della presunzione di innocenza

Dall'altra parte, le madri dei bambini cardiopatici non hanno affatto gradito le parole del legale, sentendosi bollate ingiustamente e reagendo con una nota altrettanto decisa nella quale rivendicano la legittimità del proprio dissenso. "Ci sentiamo profondamente offese dalle parole usate dall'avvocato della famiglia Caliendo", si legge nella loro replica, un testo in cui spiegano come il loro presidio non nasca da una mancanza di rispetto verso il dolore altrui, ma dalla gratitudine nei confronti di un uomo che, in molti casi, ha restituito la vita ai loro figli. Tra loro, c'è chi ha sottolineato come alcuni dei bambini presenti abbiano subito decine di interventi e come, senza l'operato di Oppido, probabilmente non sarebbero lì a raccontarlo. È una posizione, la loro, che prova a distinguere tra l'operato del chirurgo e le responsabilità penali che dovranno essere accertate in tribunale: "Non stiamo difendendo nessuno in modo incondizionato", hanno tenuto a precisare, "chiediamo solo rispetto, equilibrio e la presunzione di innocenza che dovrebbe valere per tutti, in attesa che sia la giustizia a stabilire la verità". Un tentativo, insomma, di spostare il piano del discorso dalla sfera emotiva a quella dei diritti, sebbene in un contesto così delicato la distinzione risulti quanto mai complessa da tracciare.

Le indagini e il peso di una frase: "L'ho fatto per disperazione"

Mentre le piazze virtuali e reali si dividono, l'inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante, continua a seguire il suo corso, portando alla luce dettagli sempre più precisi su quanto accaduto il 23 dicembre scorso in sala operatoria. Al centro del fascicolo, che al momento conta sette indagati tra medici e paramedici, non c'è solo la gestione del cuore danneggiato dal ghiaccio secco durante il trasporto da Bolzano, ma anche le scelte, e le parole, del dottor Oppido nei momenti cruciali che hanno preceduto la dichiarazione di morte cerebrale del piccolo. Determinante, in questo senso, è stato il deposito in Procura di un audio registrato proprio da Patrizia Mercolino, nel quale si sente il chirurgo comunicare alla madre la tragica notizia che non c'è più nulla da fare. In quella conversazione, come ha reso noto l'avvocato Petruzzi, alla domanda della donna sul perché poche ore prima le avessero detto che il cuore era arrivato e che Domenico era trapiantabile, Oppido avrebbe risposto di aver agito "solo per disperazione". Una frase che, secondo la difesa della famiglia, getta un'ombra inquietante sull'intera vicenda, suggerendo come il medico non avesse più la serenità necessaria per gestire il caso e come, forse, si sia ostinato in un percorso ormai segnato. Un elemento, questo, che i legali ritengono cruciale per dimostrare quella che definiscono una "ingerenza" del medico nelle scelte dell'équipe, un'ingerenza che potrebbe aver precluso altre strade terapeutiche, magari in attesa di un secondo organo compatibile.

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