Il sit-in per Oppido e la replica dei genitori: «Nessuno faccia di noi dei pagliacci»
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Redazione Interno
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Si sono ritrovati in centinaia, stamane, nel piazzale dell’ospedale Monaldi di Napoli, indossando una maglietta bianca con un cuore rosso stampato sul petto: un’immagine composta, voluta per mandare un messaggio chiaro al di là della tragedia che ha colpito la famiglia Caliendo. I genitori dei bambini cardiopatici, organizzati in gran numero attraverso l’associazione «Battiti» che riunisce 186 nuclei, hanno voluto esprimere «preoccupazione sullo stato di criticità in cui versa il reparto di cardiochirurgia pediatrica», ma il loro gesto, nella sostanza, si è trasformato in una pubblica e corale dichiarazione di vicinanza al primario Guido Oppido. Lui, il chirurgo che la procura ha iscritto nel registro degli indagati insieme ad altri sei colleghi per la morte del piccolo Domenico — il bambino di due anni e quattro mesi venuto a mancare lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto eseguito il 23 dicembre 2025 —, in queste ore è al centro di una bufera giudiziaria che rischia di travolgere l’intera equipe.
La manifestazione, va detto, è nata dalla volontà di difendere un’eccellenza ritenuta da molti genitori insostituibile: quel reparto, come è stato ripetuto più volte dai partecipanti, rappresenta per il Sud Italia l’unico presidio specialistico per le cardiopatie congenite e vanta una storia di interventi che hanno strappato alla morte migliaia di bambini. Non si tratta, sottolineano i promotori, di voler sminuire il dramma vissuto da Patrizia Mercolino e Antonio Caliendo, ai quali anzi ribadiscono solidarietà, ma di rivendicare il diritto a non vedere distrutta la fiducia in un team medico che in tante altre occasioni ha dimostrato competenza e dedizione. Le foto esposte, che ritraggono i piccoli pazienti in braccio al professor Oppido, testimoniano un legame che va al di là del semplice rapporto terapeutico e che oggi, di fronte alle accuse pesantissime mosse dall’avvocato Francesco Petruzzi, si fa più stretto e, per certi versi, più combattivo.
Proprio le parole del legale della famiglia Caliendo, peraltro, hanno innescato una reazione immediata e indignata tra i partecipanti al sit-in. Definite «una pagliacciata» la mobilitazione di sostegno a Oppido, l’avvocato Petruzzi ha aggiunto, nel corso delle sue dichiarazioni, che vedere madri manifestare per un indagato quando nessuna di loro ha sentito il bisogno di mostrare cordoglio per Domenico appare quantomeno stridente; un concetto, questo, ribadito con forza e che ha scatenato la replica durissima dei genitori presenti. «Ci sentiamo profondamente offesi», hanno risposto a stretto giro alcuni di loro, sottolineando come tra le donne che oggi sventolavano quei cuori rossi ve ne siano alcune che, loro malgrado, conoscono fin troppo bene il dolore di un ritorno a casa senza il proprio figlio: definire «pagliacciata» la loro protesta significa, a loro avviso, calpestare un vissuto di sofferenza autentica e di paura quotidiana.
Quel che emerge dal confronto, acceso e destinato probabilmente a proseguire nelle prossime settimane, è la difficoltà di tenere insieme due esigenze apparentemente inconciliabili. Da un lato, infatti, c’è il dolore sconfinato di una famiglia che ha perso un bimbo e che chiede giustizia, facendo leva su omissioni e presunti errori che sarebbero stati commessi durante le fasi del trapianto; errori che, secondo quanto si è appreso, riguarderebbero in particolare l’uso del ghiaccio secco per il trasporto dell’organo da Bolzano a Napoli e la mancanza di un monitoraggio adeguato della temperatura, elementi su cui la procura sta cercando di fare piena luce. Dall’altro, però, vi è un’intera comunità di famiglie che vede in quel reparto e in quei medici l’unica ancora di salvezza per i propri figli, e che teme che un’intera struttura venga travolta da una «gogna mediatica» giudicata eccessiva e sproporzionata.
Non si tratta, per i manifestanti, di negare l’evidenza o di chiudere gli occhi di fronte a quanto accaduto a Domenico; al contrario, come loro stessi tengono a precisare, la magistratura farà il suo corso e dovrà stabilire eventuali responsabilità. Ma da qui a trasformare un professionista, che in trent’anni di carriera ha eseguito migliaia di interventi, nel mostro di turno, ne passa. «Chiediamo rispetto e presunzione di innocenza», hanno concluso i genitori, ribadendo che nessuno di loro intende sostituirsi ai giudici, ma che tutti hanno il diritto di difendere la reputazione di chi, in tante occasioni, ha donato una seconda vita ai loro bambini.




