Il registro degli indagati per la morte di Domenico Caliendo sale a sette medici, tra Napoli e Bolzano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inchiesta della procura di Napoli sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo deceduto lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto di cuore fallito, si arricchisce di un nuovo tassello che va a comporre il quadro, già di per sé complesso, delle responsabilità. Non sono più sei, come si era appreso nelle ore immediatamente successive alla tragedia, bensì sette i medici iscritti nel registro degli indagati: l’ipotesi di reato, per tutti, è quella di omicidio colposo. L’ultima posizione a essere formalizzata, stando a quanto si apprende, riguarda Marisa De Feo, professore ordinario di Cardiochirurgia dell’Università della Campania Vanvitelli e figura di vertice, in qualità di direttore del dipartimento di Chirurgia Cardio-Toraco-Vascolare e dei trapianti di cuore dell’Azienda ospedaliera specialistica dei Colli, la struttura che comprende, tra gli altri, proprio l’ospedale Monaldi dove il piccolo era ricoverato e dove è stato eseguito l’intervento. La sua iscrizione, avvenuta nella giornata di ieri, allarga ulteriormente il perimetro di un’indagine che i carabinieri del Nas stanno conducendo con l’obiettivo di fare piena luce su ogni singola fase della vicenda, dalla partenza dell’organo da Bolzano fino al tragico epilogo.

Il fulcro attorno al quale ruotano gli accertamenti resta, inevitabilmente, il cuore del donatore giunto dal Nord Italia gravemente danneggiato, secondo le prime ricostruzioni, a causa dell’errato utilizzo del ghiaccio secco nel contenitore per il trasporto. Una sostanza, quest’ultima, che raggiunge temperature bassissime e che non è assolutamente prevista dai protocolli per la conservazione degli organi da trapianto, essendo invece impiegata solitamente per tessuti e materiali biologici da conservare in azoto liquido. Tra i sette indagati figura, com’è noto, Guido Oppido, il cardiochirurgo di 54 anni che ha materialmente eseguito il trapianto sul piccolo Domenico. Oppido, che guida l’unità di Cardiochirurgia pediatrica e dei trapianti del Monaldi, vanta un’esperienza maturata in anni di lavoro, tra gli altri, anche al Policlinico Sant’Orsola di Bologna, dove ha operato per circa quindici anni. Una circostanza, questa, che ha spinto ieri l’ex primario della Cardiochirurgia pediatrica del nosocomio bolognese, il professor Gaetano Gargiulo, a esprimere pubblicamente solidarietà al collega, definendolo un professionista “preparatissimo” e mostrando così, pur nella distanza fisica, vicinanza a un chirurgo che ora si trova al centro della bufera giudiziaria.

La dinamica del trapianto e le prime dichiarazioni

La Procura, intanto, continua a battere due piste parallele ma strettamente connesse: da un lato, si cerca di ricostruire con precisione cosa sia accaduto nella sala operatoria di Bolzano, dove il cuore è stato prelevato, e durante il successivo viaggio di ritorno a Napoli; dall’altro, l’attenzione degli inquirenti si concentra sulle comunicazioni e sulle decisioni prese dall’équipe del Monaldi, sia prima che dopo l’intervento. Un nodo cruciale, su cui la magistratura intende vederci chiaro, riguarda le informazioni fornite ai genitori del piccolo circa l’effettiva trapiantabilità dell’organo. Il legale della famiglia Caliendo, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha più volte sottolineato come, a suo dire, fino alla sera precedente l’operazione il dottor Oppido avesse rassicurato i familiari sulla possibilità di procedere con l’impianto salvo poi, il giorno dopo, trovarsi di fronte a un organo ormai compromesso. Una versione, quella dell’avvocato, che ha trovato parziale smentita in una nota dell’ospedale Monaldi, secondo cui non vi sarebbero elementi per affermare che la cartella clinica fosse incompleta, in particolare per quanto riguarda l’orario esatto in cui il cuore originario del bambino è stato rimosso.

I rilievi del Nas e il sequestro dei cellulari

Le indagini dei carabinieri del Nas, coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal sostituto Giuseppe Tittaferrante, si stanno ora concentrando sull’analisi minuziosa dei telefoni cellulari sequestrati ai sanitari indagati. Un’attività, questa, che mira a far emergere eventuali conversazioni, messaggi o scambi di informazioni che possano chiarire i tempi e le modalità con cui è stata presa la decisione di procedere comunque con il trapianto, nonostante il sospetto – o forse la certezza – che il cuore donato avesse subito un danno irreversibile durante il trasporto. Gli investigatori stanno inoltre acquisendo tutta la documentazione sanitaria relativa al caso, con particolare attenzione al cosiddetto “diario di perfusione”, un documento che, come denunciato dall’avvocato Petruzzi, non sarebbe stato inizialmente consegnato alla famiglia. Si tratta di un tracciato, quello della circolazione extrarea, che potrebbe rivelare con esattezza il momento in cui il cuore malato di Domenico è stato espiantato, un dato fondamentale per stabilire se, a quel punto, i chirurghi avessero ancora un margine di manovra o se, come sostengono alcuni esperti, fossero ormai in una condizione di non ritorno, costretti a impiantare l’unico organo a disposizione, seppur lesionato, per evitare la morte immediata del bambino sul tavolo operatorio.

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