Morte di Domenico Caliendo, il legale: “Cardiochirurghi cercano uno ‘scudo penale’ che non esiste”
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Redazione Interno
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“Abbiamo prove che il cardiochirurgo accettò il rischio che Domenico Caliendo morisse”. La frase, pesante come un macigno, è stata pronunciata dall’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del bambino di due anni e mezzo deceduto il 21 febbraio scorso dopo un trapianto di cuore fallito eseguito il 23 dicembre 2025 all’ospedale Monaldi di Napoli. Le indagini, che da mesi scavano in quella che i parenti definiscono una “barriera di silenzi e bugie”, si arricchiscono ora di nuovi elementi: “Abbiamo acquisito ulteriori prove – ha spiegato il penalista – che, per il momento non posso rivelare, le quali a nostro avviso confermano l’ipotesi che Guido Oppido abbia accettato il rischio che Domenico potesse morire, non facendo tutto ciò che era nelle sue possibilità per evitarne il decesso”. Un’accusa gravissima, che sposta l’attenzione dal mero errore chirurgico a una presunta, consapevole sottovalutazione delle criticità.
La battaglia sui documenti e il “falso” in cartella
Non si placa, anzi si intensifica, lo scontro giudiziario attorno ai fascicoli che il Gip ha già iniziato a esaminare. Petruzzi, in particolare, denuncia una manovra ripetuta delle difese dei due cardiochirurghi coinvolti, Guido Oppido ed Emma Bergonzoni: “Stanno cercando – ha dichiarato – come hanno già fatto ma senza riuscirci con le sommarie informazioni testimoniali, di far escludere dal fascicolo la relazione resa da Oppido il 30 dicembre scorso”. Un documento, quest’ultimo, che secondo l’accusa “costituisce il falso insieme con il diario clinico firmato dalla Bergonzoni”. L’obiettivo, insiste il legale, sarebbe quello di costruire una sorta di “scudo penale” che però, nelle more del procedimento, non esiste né è previsto dall’ordinamento. La loro richiesta di depennamento, pertanto, viene definita “inaccettabile” dalla rappresentanza della famiglia.
Al via l’incidente probatorio: i due cuori al Policlinico di Bari
Proprio oggi, 29 aprile 2026, si è ufficialmente aperta una fase cruciale dell’inchiesta: l’incidente probatorio che si svolge presso il Policlinico di Bari. I periti nominati dal giudice dovranno rispondere a quesiti tecnici che spaziano dai presunti errori durante la procedura di trapianto, alle modalità di trasporto dell’organo, fino alla verifica dell’esistenza di annotazioni mendaci nella cartella clinica. In sostanza, si cercherà di fare chiarezza sulla gestione dei due cuori (quello malato del bambino e quello donato) e su eventuali negligenze nella catena che va dalla conservazione all’impianto. Una luce bianca, quella sperata dagli inquirenti, capace di squarciare mesi di ambiguità e rivelare se la sequenza di decisioni prese in quei drammatici giorni di fine dicembre possa configurarsi come una semplice fatalità o, al contrario, come il prodotto di scelte consapevolmente rischiose.
Le strategie difensive e il nodo della relazione del 30 dicembre
Al cuore della strategia delle difese di Oppido e Bergonzoni c’è dunque il tentativo di far sparire dal fascicolo del Gip proprio quella relazione scritta da Oppido il 30 dicembre 2025, un documento che – assieme al diario della Bergonzoni – l’accusa ritiene viziato da falsità ideologiche. Se riuscisse nell’intento, il collegio difensivo priverebbe il magistrato di un tassello ritenuto fondamentale per dimostrare la consapevolezza del rischio da parte dei sanitari. Petruzzi, opponendosi con forza, ribadisce che si tratta di “prove ulteriori”, già in possesso della procura, le quali avvalorano l’ipotesi che Oppido non abbia fatto tutto il possibile per scongiurare la morte del piccolo. L’incidente probatorio di Bari, che si preannuncia lungo e tecnicamente complesso, rappresenta ora il banco di prova per verificare la tenuta di queste accuse e la veridicità di quelle scritture mediche contestate.




