Il Monaldi nel mirino: tra minacce e disdette, la rabbia dopo la morte di Domenico
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Redazione Interno
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All’indomano della tragica scomparsa del piccolo Domenico, l’ospedale Monaldi di Napoli si ritrova a fare i conti non solo con il dolore e con un'inchiesta giudiziaria dagli sviluppi complessi, ma anche con un'ondata di ostilità che proviene direttamente dai pazienti e dai loro familiari. La vicenda del trapianto di cuore finito male, con un organo danneggiato dal ghiaccio secco utilizzato per il trasporto, ha innescato una reazione visceralmente negativa nella popolazione, la quale, seppur comprensibilmente scossa dall'accaduto, sta riversando la propria frustrazione su medici e strutture che con quell'errore specifico non hanno talvolta nulla a che fare -1. Le cronache locali raccontano di centralini presi d'assalto da telefonate di insulti e, fatto ancor più significativo per le ripercussioni concrete sull'attività sanitaria, di una pioggia di disdette per interventi programmati -1.
Il clima che si respira all'interno del nosocomio, un tempo fiore all'occhiello per la cardiochirurgia pediatrica e non solo, è diventato incandescente. C'è chi, spaventato, ha cancellato prestazioni anche di routine, come un banale intervento di cataratta presso il reparto di oculistica, motivando la scelta con una secca e preoccupata dichiarazione di sfiducia -1. Ma è nel cuore del reparto di cardiochirurgia pediatrica, quello direttamente coinvolto nella tragedia, che la tensione assume i contorni di un dramma umano e professionale senza precedenti. Una madre, in procinto di affidare il proprio figlio alle cure dei sanitari, si sarebbe avvicinata a un'infermiera chiedendo con apprensione se fosse obbligatorio che l'intervento venisse eseguito proprio dal dottor Guido Oppido, il chirurgo che guidava l'équipe ora finita sotto inchiesta -1.
La domanda di quella madre, semplice e terribile nella sua immediatezza, fotografa meglio di qualsiasi altra cosa lo stato d'animo di chi, in questo momento, deve varcare le porte di quell'ospedale. E fotografa anche il dramma di professionisti, come Oppido, che fino a pochi mesi fa venivano celebrati per imprese straordinarie, come il complesso intervento che salvò la vita a un bambino di tre anni proveniente dalla Striscia di Gaza -3. L'istinto di protezione, comprensibilissimo, si trasforma in diffidenza generalizzata, arrivando a mettere in discussione il lavoro di un'intera equipe per le presunte responsabilità di alcuni, in una vicenda processuale che deve ancora accertare i singoli ruoli.
L'inchiesta si allarga e sale la tensione attorno ai sanitari
Mentre fuori dalle mura ospedaliere monta la protesta e si moltiplicano le intimidazioni, al loro interno la macchina della giustizia procede con i suoi tempi tecnici, ampliando il perimetro delle persone coinvolte. Non sono più sei, ma sette i medici iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli -4. L'ipotesi di reato, per ora, è di lesioni colpose, in attesa che gli accertamenti tecnici chiariscano l'esatta dinamica di quanto accaduto il 23 dicembre scorso, quando il cuore di un piccolo donatore, giunto da Bolzano, venne trapiantato nonostante fosse stato compromesso dal contatto con materiale refrigerante errato. Tra i nomi finiti nel registro spicca quello di Marisa De Feo, professore ordinario di Cardiochirurgia all'Università della Campania Vanvitelli e direttore del dipartimento di Chirurgia Cardio-Toraco-Vascolare e dei trapianti dell'Azienda ospedaliera specialistica dei Colli -4. Un'iscrizione, la sua, che appare legata non a una partecipazione diretta all'operazione, quanto piuttosto al suo ruolo di coordinamento e di vertice del dipartimento a cui il reparto di Oppido fa capo. Una posizione di garanzia, dunque, che la procura intende evidentemente valutare nell'ambito di una catena di responsabilità che, partendo dalla sala operatoria, risale fino ai livelli organizzativi e dirigenziali.
Il nucleo centrale dell'indagine rimane comunque concentrato sulle fasi concitate del prelievo e dell'intervento. Secondo quanto emerso da un audit interno condotto dalla stessa azienda ospedaliera, emergerebbe un dato temporale di particolare rilevanza: l'operazione sul piccolo Domenico sarebbe iniziata prima ancora che l'équipe di ritorno da Bolzano facesse ingresso in sala operatoria con il contenitore contenente l'organo -2. Una circostanza, questa, che incrocia i dati della scheda di circolazione extrarea (CEC) con i verbali interni, e che suggerisce come il bambino fosse già stato preparato e posto in circolazione artificiale, e quindi col cuore natio ormai espiantato, in attesa dell'arrivo del nuovo organo. Una procedura, quella di iniziare l'intervento in parallelo al trasporto, che se da un lato è dettata dall'urgenza di ridurre i tempi di ischemia, dall'altro presuppone la certezza che l'organo in arrivo sia idoneo al trapianto. Un'assenza di verifiche preventive che, alla luce di quanto accaduto, appare oggi come uno dei nodi cruciali su cui gli inquirenti sono chiamati a fare luce.
Le chat dei medici e il nodo del ghiaccio secco
A complicare il quadro, e ad alimentare ulteriormente il clima di sospetto che avvolge la vicenda, contribuiscono gli stralci delle comunicazioni intercorse tra i componenti dell'équipe, finiti sotto la lente d'ingrandimento della magistratura. Le chat, così come le relazioni tecniche degli audit incrociati tra gli ospedali di Napoli e Bolzano, iniziano a delineare una sequenza di passaggi critici e, forse, di mancate comunicazioni. Da una parte c'è la relazione dell'azienda altoatesina, la quale, come riportato da alcune ricostruzioni, tenderebbe a circoscrivere le "significative criticità operative" alla sola equipe napoletana, senza tuttavia entrare nel merito di chi, materialmente, abbia fornito o richiesto il ghiaccio secco poi utilizzato per il confezionamento -6.
Dall'altra parte, gli atti dell'indagine interna del Monaldi dipingono un quadro diverso, in cui si parla di ghiaccio versato fino a ricoprire il contenitore, trasformando l'organo in un "blocco di ghiaccio" -6. Un dettaglio non da poco, perché l'uso del ghiaccio secco, ovvero anidride carbonica solida a temperature di decine di gradi sotto zero, rappresenta una devianza talmente macroscopica dai protocolli standard di conservazione degli organi, che prevedono invece il semplice ghiaccio sterile, da far ipotizzare una catena di errori umani e organizzativi di rara gravità. L'attenzione degli investigatori, oltre che sulle chat, è concentrata proprio su questo passaggio: capire chi abbia preso la decisione di usare quel tipo di refrigerante e, soprattutto, se al momento dell'impianto a Napoli i chirurghi fossero o meno consapevoli del danno irreversibile che il cuore aveva subito. Una consapevolezza che, se accertata, sposterebbe il baricentro delle responsabilità su un piano ancora più delicato.
Description: L'ondata di rabbia popolare colpisce l'ospedale Monaldi dopo la morte del piccolo Domenico. Tra disdette di interventi e minacce ai medici, l'inchiesta giudiziaria si allarga a sette sanitari.




