La fuga dal Monaldi tra disdette e minacce: il "ghiaccio secco" congela la fiducia nei trapianti
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Redazione Interno
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Non c’è solo il dolore, quello straziante e incommensurabile, per una vita spezzata a soli due anni, né tantomeno si tratta esclusivamente di stabilire, attraverso il lavoro della magistratura, una catena di responsabilità tecniche che appare comunque già in fase di definizione. Dietro la tragedia del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo morto dopo un trapianto di cuore che definire semplicemente "fallito" sarebbe quantomeno riduttivo, se non un eufemismo burocratico, si sta materializzando un baratro di natura sociale e civile che rischia di inghiottire decenni di sacrifici e professionalità. Il Monaldi di Napoli, storicamente considerato un'eccellenza non solo campana ma nazionale nel campo della cardiochirurgia pediatrica e dei trapianti, si trova oggi ad affrontare una tempesta perfetta: da un lato le aule di giustizia, dove il fascicolo si arricchisce di nuovi e inquietanti dettagli, dall'altro la piazza virtuale e reale, dove la rabbia rischia di tradursi in una damnatio memoriae collettiva.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco di un'inchiesta che vede già sette iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo in concorso, è stato il gesto di Patrizia Mercolino, la madre del piccolo. Accompagnata dal legale, l'avvocato Francesco Petruzzi, la donna si è presentata negli uffici della Procura di Napoli per depositare la registrazione audio di una conversazione avuta con Guido Oppido, il cardiochirurgo che il 23 dicembre scorso impiantò a Domenico il cuore prelevato a Bolzano e giunto nel capoluogo partenopeo già danneggiato -2-4. Nell'audio, che cristallizza un momento di dolore assoluto, si sente il medico comunicare alla madre la diagnosi infausta dopo una riunione collegiale, arrivando a motivare la propria scelta, quella di procedere comunque all'impianto di un organo compromesso, con un'ammissione pesantissima: «Ho agito per disperazione» -2-4. Una frase, questa, che agli occhi della famiglia e dei loro legali assume il peso di una prova decisiva sulla mancanza di serenità e lucidità con cui il professionista avrebbe affrontato l'intera procedura.
Una catena di errori tecnici e l'assedio social all'ospedale
Mentre l'avvocato Petruzzi spinge per un'aggravante dell'ipotesi di reato, ipotizzando il dolo eventuale, gli inquirenti procedono speditamente lungo il crinale delle evidenze scientifiche e logistiche. La genesi della tragedia, come ormai acclarato dalle prime relazioni, risiede nel trasporto dell'organo dal Trentino-Alto Adige alla Campania. Secondo quanto ricostruito e riportato in un documento ufficiale del dipartimento di Prevenzione Sanitaria di Bolzano, durante la fase di espianto sarebbero emerse «significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli» -10. Tra le contestazioni mosse spiccano una dotazione tecnica rivelatasi incompleta, con una quantità insufficiente di materiale refrigerante, e una procedura di gestione dell'anticoagulazione non proprio ortodossa. Il punto di rottura, per così dire, si è consumato quando il personale del Monaldi, per sopperire alla mancanza di ghiaccio, ha chiesto ai colleghi bolzanini di integrarlo, ma invece del classico ghiaccio d'acqua ne è stato utilizzato uno secco, che ha letteralmente "bruciato" il cuore del piccolo donatore altoatesino di quattro anni, rendendolo di fatto inservibile -1-3.
Le conseguenze di questo tragico errore, però, non si fermano alle aule giudiziarie dove si attende ora l'incidente probatorio con autopsia e perizia collegiale, ma si riverberano con violenza inaudita sui corridoi dell'ospedale. L'istituzione che durante gli anni della pandemia veniva celebrata come baluardo di sacrificio è oggi diventata il bersaglio di un'ondata di odio sociale che ha pochi precedenti. Le pagine social del Monaldi sono state sommerse da insulti e minacce di morte indirizzate ai sanitari: frasi come «Bastardi, vi veniamo a prendere» o «spero vi facciano del male» hanno costretto la direzione a disattivare i commenti su Facebook e Instagram e a potenziare la vigilanza armata per proteggere i medici da possibili aggressioni fisiche -1. Il clima, come raccontano alcuni operatori, è diventato irrespirabile, con sette psicologhe in servizio permanente per supportare uno staff in pieno burnout che ora si guarda le spalle quando la sera lascia il reparto -1.
Le disdette dei pazienti e la paura che paralizza le cure
Se le minacce rappresentano la punta più visibile e violenta dell'iceberg, è sotto la superficie che si consuma il danno forse più irreparabile per la sanità pubblica. La fiducia, quel collante impalpabile ma essenziale che lega il cittadino alle istituzioni, si sta liquefacendo. All'indomani della diffusione della notizia, e con il moltiplicarsi dei dettagli sull'uso del ghiaccio secco e sulle chat tra i medici indagati attualmente al setaccio della procura, l'ospedale ha cominciato a svuotarsi. Non si tratta solo di disdette per interventi di cardiochirurgia, il reparto direttamente interessato dalla vicenda, ma di una emorragia che coinvolge reparti lontani anni luce da quella specialità.
C'è chi ha annullato un banale intervento di cataratta, un'operazione programmata da mesi e fondamentale per la qualità della vita, motivando la scelta con una secca ammissione di sfiducia: non ci si fida più di mettere piede in quella struttura, nemmeno per una prestazione a basso rischio -1. In reparto, la tensione è palpabile e le madri degli altri piccoli pazienti, quelli in attesa di un cuore o di interventi complessi, chiedono con ansia se sia obbligatorio che i loro figli vengano operati proprio da Oppido o dalla sua équipe, segno di uno sbandamento che rende complesso persino il normale prosieguo delle terapie -1. La paura, insomma, sta producendo un effetto domino: si ritirano i consensi alla donazione degli organi, si cancellano le prenotazioni, si guarda con sospetto a chi indossa un camice bianco all'interno di quelle mura. E così, paradossalmente, all'orrore per la morte di un bimbo di due anni si aggiunge il rischio concreto che decine di altri pazienti, magari con patologie altrettanto gravi, rimangano senza cure, vittime collaterali di un terremoto che ha le sue epicentro in una sala operatoria e le sue scosse di assestamento in tutta la città.
Description: La tragedia del piccolo Domenico innesca una crisi di fiducia al Monaldi. Tra minacce ai medici, disdette di interventi e nuovi audio in Procura, l'ospedale affronta il crollo della reputazione.




