L’allarme del ceo di Saudi Aramco: conseguenze catastrofiche se il conflitto con l’Iran blocca Hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra in Medio Oriente, con i suoi attacchi incrociati e le sue rappresaglie, ha stretto in una morsa il principale colletto di bottiglia dell’energia mondiale, e l’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha lanciato un avvertimento senza precedenti: un’interruzione prolungata delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz non è una semplice turbolenza per i mercati, ma un evento potenzialmente in grado di innescare ripercussioni catastrofiche per l’intera economia globale. Il dirigente del colosso petrolifero saudita, nel corso di una conference call successiva alla pubblicazione dei risultati finanziari, ha sottolineato come la situazione attuale, determinata dal conflitto in corso che vede contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran, rappresenti la crisi più grave mai affrontata dall’industria petrolifera e del gas della regione. La sua analisi, ripresa da diverse agenzie, si concentra sull’effetto moltiplicatore che il fattore tempo avrebbe sullo shock: quanto più a lungo persisterà il blocco de facto che ha già paralizzato il traffico di petroliere, tanto più drastiche e profonde saranno le conseguenze per un sistema economico mondiale già provato da tensioni inflazionistiche.

Uno snodo vitale sotto scacco e i primi effetti a catena

Il nodo della crisi è tutto nella conformazione e nella centralità dello Stretto di Hormuz, quel braccio di mare che collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e attraverso cui, in condizioni normali, transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% di quello trasportato via mare, insieme a una quota significativa del gas naturale liquefatto qatariota. I dati diffusi da fonti specialistiche parlano di un azzeramento pressoché totale dei transiti, con conseguenze immediate che si sono abbattute come un martello sui prezzi e sulla logistica. Se inizialmente il Brent era schizzato oltre i 110 dollari al barile, salvo poi ritracciare su dichiarazioni estemporanee dello stesso presidente americano Donald Trump, la preoccupazione principale delle compagnie e degli analisti non risiede tanto nella volatilità giornaliera, quanto nella paralisi fisica degli approvvigionamenti. L’Arabia Saudita, ha spiegato Nasser, si è vista costretta a ridurre la produzione in alcuni dei suoi maggiori giacimenti, come Safaniya e Zuluf, per evitare di saturare gli stoccaggi in un contesto in cui le navi non possono più caricare. Si parla di un taglio che per il solo regno saudita potrebbe aggirarsi tra i due e i due milioni e mezzo di barili al giorno, una quantità superiore all’intera esportazione iraniana precedente al conflitto, a cui si aggiungono le riduzioni forzate di Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq.

Le rotte alternative e l’insufficienza delle soluzioni tampone

Di fronte a questa paralisi, Saudi Aramco ha attivato piani di emergenza, cercando di dirottare parte del suo greggio verso l’oleodotto Est-Ovest che porta al terminal di Yanbu, sul Mar Rosso. Un’infrastruttura, questa, che può pompare fino a sette milioni di barili al giorno, offrendo una valvola di sfogo parziale. Tuttavia, Nasser stesso ha dovuto ammettere i limiti di questa soluzione: non solo una parte di quel flusso è destinata alle raffinerie domestiche saudite, ma la capacità complessiva del sistema non riesce in alcun modo a compensare i volumi che normalmente solcavano Hormuz. Il problema, come hanno evidenziato istituti di ricerca internazionali, non è la scarsità di petrolio nel sottosuolo, ma la sua immediata non disponibilità per i mercati di consumo. Il greggio saudita, emiratino o kuwaitiano, ricco e leggero o più pesante che sia, se resta in giacimento o nei serbatoi di stoccaggio a causa dell’impossibilità di caricarlo su una petroliera, diventa di fatto un volume sottratto al mercato, con effetti che si riverberano immediatamente sui prezzi globali, data la natura liquida e interconnessa del commercio petrolifero.

L’intreccio tra dinamiche belliche e strategie energetiche

Il quadro si complica ulteriormente per la commistione tra operazioni militari vere e proprie e azioni di guerriglia commerciale. Le stesse infrastrutture saudite non sono rimaste immuni dal conflitto: la raffineria di Ras Tanura, la più grande del paese, è stata oggetto di un attacco che ha causato un principio di incendio, prontamente domato secondo le dichiarazioni ufficiali, ma che testimonia la vulnerabilità degli impianti. Parallelamente, l’Iran ha iniziato a giocare una partita sottile, cercando di trasformare la sua inferiorità militare convenzionale in un’arma di pressione politica. Fonti giornalistiche riportano come Teheran abbia offerto la riapertura garantita dello stretto a quei paesi, arabi o europei, che decidessero di espellere gli ambasciatori di Stati Uniti e Israele, un tentativo evidente di creare fratture nel fronte avversario. In questo scenario di tensione e manovre, persino la presenza di una nave cinese di sorveglianza tecnologica come la Liaowang-1 aggiunge un tassello simbolico e strategico, a testimonianza di come ogni attore globale stia ricalibrando la propria posizione in un’area da cui dipende la sicurezza energetica di mezzo mondo, a partire dalla stessa Cina, principale importatore di greggio della regione.

Description: L'ad di Saudi Aramco, Amin Nasser, lancia l'allarme: il blocco dello Stretto di Hormuz a causa della guerra con l'Iran avrebbe conseguenze catastrofiche per l'economia globale.

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