Attacco all’Iran, la notte di Erbil e la fuga del petrolio da Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La base italiana di Camp Singara, situata nel perimetro dell’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è finita nel mirino di un drone nella serata dell’11 marzo. Il velivolo senza pilota, un modello Shahed di fabbricazione iraniana probabilmente lo stesso utilizzato in altri teatri di conflitto per la sua capacità di provocare danni significativi, non ha causato vittime né feriti tra i militari del contingente nazionale, circa trecento uomini tra Esercito e Carabinieri impiegati nell’operazione Prima Parthica. Il colonnello Stefano Pizzotti, comandante della base, ha raccontato che l’allarme era scattato intorno alle 20:30 ora locale, con il personale che ha prontamente raggiunto i bunker seguendo le procedure standard per le minacce aeree; solo diverse ore dopo, ha spiegato, si è materializzato l’impatto che ha danneggiato alcune infrastrutture e un mezzo militare, ma senza conseguenze per gli uomini, il cui morale – ha tenuto a sottolineare il colonnello – resta alto nonostante la tensione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, confermando l’incolumità di tutti, ha aperto a più ipotesi sulla matrice dell’attacco: potrebbe essere stato un lancio diretto dall’Iran o, come sembra più probabile agli analisti, un’azione condotta dalle milizie sciite filo-iraniane che operano nella regione e che da tempo cercano di logorare la presenza occidentale in Iraq.

Proprio in quelle stesse ore, il quadro mediorientale si infiammava su altri fronti. Hezbollah, il partito-armato libanese stretto alleato di Teheran, ha rivendicato una serie di lanci missilistici contro postazioni chiave dell’esercito israeliano. Nel mirino della formazione sciita sono finite, secondo i comunicati diffusi nelle prime ore del 12 marzo, il quartier generale del Comando settentrionale di Safed, la base di Ein Zeitim e persino obiettivi nelle vicinanze di Haifa e Nahariya, con decine di razzi che hanno cercato di saturare le difese del sistema Iron Dome. Un’escalation, questa, che segue la logica di un confronto a bassa intensità ma costante, dove l’uso di droni e missili da parte degli alleati dell’Iran sembra studiato per mettere alla prova la prontezza e la resistenza di Israele senza per ora sfociare in una guerra aperta e dichiarata.

Parallelamente alla guerra visibile, fatta di esplosioni e allarmi nei bunker, si gioca una partita sotterranea ma altrettanto decisiva per gli equilibri globali: quella del petrolio. Con lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale, di fatto considerato troppo pericoloso a causa del conflitto, le strategie commerciali stanno subendo un brusco e radicale cambiamento. Una vera e propria flottiglia di superpetroliere, si parla di circa trenta navi cisterna ciascuna in grado di trasportare oltre due milioni di barili, sta doppiando la penisola arabica per dirigersi verso il porto saudita di Yanbu, sul Mar Rosso. L’obiettivo è chiaro: bypassare il “collo di bottiglia” di Hormuz, dove gli attacchi si moltiplicano e dove persino navi mercantili hanno riportato danni, e utilizzare l’oleodotto East-West che attraversa l’Arabia Saudita per far fluire il greggio verso terminali alternativi e più sicuri, anche se esposti agli attacchi degli Houthi yemeniti, anch’essi alleati dell’Iran.

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