Iran minaccia la chiusura dello stretto di Hormuz: petrolio e gas sotto pressione
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Redazione Economia
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Il parlamento di Teheran ha votato a favore della chiusura dello stretto di Hormuz, una mossa che, se confermata dal consiglio di sicurezza nazionale iraniano, scatenerebbe una crisi globale con ripercussioni immediate sui mercati energetici. Gli ayatollah, che controllano le leve del potere, sembrano intenzionati a usare le ritorsioni economiche come arma, nonostante le conseguenze potrebbero ritorcersi contro l’Iran stesso.
Finora, il prezzo del petrolio ha mostrato una volatilità contenuta: il Brent scende dello 0,17%, attestandosi sotto i 78 dollari, mentre il Wti cede lo 0,22% a 73,68. I future, dopo un iniziale rialzo, hanno annullato i guadagni, segno che gli operatori non credono ancora a un’interruzione effettiva dei flussi. Diverso il discorso per il gas, con il Ttf in salita dello 0,54%, toccando i 41,15 euro al megawattora, il livello più alto da aprile. L’attacco di Israele all’Iran, più di una settimana fa, ha acceso i timori di un’escalation, ma finché le forniture non subiscono contraccolpi concreti, i mercati restano in attesa.
Antonio Tajani, intervenuto a margine del Consiglio Ue a Bruxelles, ha dichiarato di aver espresso al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi la “preoccupazione” dell’Italia e dell’Europa. “Ho chiesto di evitare la chiusura di Hormuz, che danneggerebbe innanzitutto l’Iran, ma anche tutti gli altri Paesi, Cina compresa”, ha sottolineato Tajani, evidenziando come la mossa sarebbe un boomerang per Teheran.
Pechino, da parte sua, ha lanciato un appello velato ma chiaro: “La comunità internazionale agisca per prevenire un’ulteriore destabilizzazione”, ha affermato la diplomazia cinese, preoccupata per le ripercussioni sul commercio globale. Il Golfo Persico, del resto, è un crocevia strategico: un terzo del petrolio mondiale transita da quelle acque, e un blocco avrebbe effetti immediati sulle economie asiatiche, già alle prese con tensioni inflazionistiche.




