Attacco Usa in Iran, il settore petrolifero teme la chiusura dello stretto di Hormuz
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Redazione Economia
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L’attacco americano contro i siti nucleari iraniani, che ha colpito Fordow, Natanz e Ispahan, rischia di innescare una spirale di ritorsioni con conseguenze imprevedibili per gli equilibri globali. Tra le opzioni sul tavolo di Teheran, la chiusura dello stretto di Hormuz – snodo vitale per il transito del 20% del petrolio mondiale – è quella che più allarma i mercati e l’industria energetica. “Non riusciamo a dare una prospettiva su quello che succederà nelle prossime ore se sarà effettivamente chiuso lo stretto”, ha dichiarato a LaPresse Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, sottolineando il rischio di “una crisi senza precedenti”.
La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito i raid “scandalosi”, frutto di un “comportamento estremamente pericoloso, anarchico e criminale” da parte degli Stati Uniti, accusati di aver “bombardato la diplomazia”. Teheran, ha aggiunto, “si riserva tutte le opzioni” per difendere la propria sovranità, lasciando intendere che la risposta potrebbe andare oltre il blocco navale. I Pasdaran, da parte loro, hanno avvertito che la guerra “inizia solo ora”, un messaggio che alimenta il timore di un’escalation regionale.
A frenare l’ipotesi di una chiusura dello stretto è però l’analisi di chi, come il vicepremier italiano Antonio Tajani, la considera un “atto di autolesionismo”. “Sarebbe un danno soprattutto per l’Iran”, ha osservato, “perché provocherebbe reazioni a catena, compresa quella della Cina, che pur essendosi schierata contro gli attacchi, dipende da quel petrolio”. Isolarsi ulteriormente, privandosi anche del sostegno di Pechino, significherebbe per Teheran “subire un danno economico e rimanere senza interlocutori”.




