Il mondo questa settimana: guerra Usa-Iran, chiusura dello Stretto di Hormuz, Ucraina, Togo-Russia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La seconda settimana di ostilità aperte tra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran si chiude con un dato ormai incontrovertibile: il conflitto ha assunto una dimensione globale che travalica i confini mediorientali, e le sue ripercussioni si misurano ormai principalmente sui mercati energetici e sulle nuove geometrie diplomatiche che si vanno delineando. Se l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump era la decapitazione del regime dei mullah e la neutralizzazione della sua capacità offensiva, i fatti sul campo raccontano una realtà più complessa e, per Washington, meno lineare. La leadership teocratica, nonostante la perdita di figure chiave e la conferma delle ferite riportate dal nuovo leader Mojtaba Khamenei, ha mostrato la propria resilienza apparendo compatta durante le manifestazioni di venerdì a Teheran, dove Ali Larijani – capo del consiglio di sicurezza nazionale – ha guidato la folla in segno di sfida. Il regime tiene, insomma, perché il controllo sull’apparato statale e l’assenza di un’opposizione organizzata all’interno del paese gli garantiscono ancora una salda presa sul potere.

Sul piano militare, la strategia iraniana appare chiara e si fonda su un duplice binario. Da un lato, come confermano le intelligence occidentali, Teheran sta utilizzando il suo arsenale – che include una capacità produttiva stimata in circa diecimila droni al mese – per colpire in modo sistematico le infrastrutture vitali dei paesi del Golfo che ospitano basi o interessi statunitensi. Dall’altro, l’obiettivo primario rimane la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita abitualmente un quinto del petrolio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto. E qui i fatti danno ragione alla determinazione dei Guardiani della Rivoluzione: il traffico navale è crollato di oltre il novanta per cento rispetto ai livelli pre-conflitto, e le poche imbarcazioni che osano attraversare quelle acque lo fanno o battendo bandiera cinese – forte di un’intesa bilaterale che garantisce a Pechino un flusso di greggio addirittura superiore a quello precedente la crisi – o accettando rischi altissimi, come dimostra il caso dell’armatore greco che ha armato le sue petroliere per rispondere a eventuali attacchi.

L’escalation energetica e la risposta insufficiente dell’Occidente

La conseguenza più tangibile e immediata di questa strategia è l’innesco di una crisi energetica globale i cui contorni ricordano, per certi versi, gli shock petroliferi del secolo scorso. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha lanciato un allarme senza precedenti: la produzione di greggio e condensati ferma nell’area tocca i dieci milioni di barili al giorno, una voragine che neppure il più grande rilascio di riserve strategiche mai effettuato – quattrocento milioni di barili immessi sul mercato dai paesi membri – è riuscito a colmare, tanto che il prezzo del Brent ha sfondato quota cento dollari con un balzo superiore all’otto per cento proprio all’indomani dell’annuncio. Il paradosso è solo apparente: gli analisti spiegano che i tempi tecnici necessari perché il petrolio raffinato arrivi effettivamente ai consumatori finali si misurano in settimane se non in mesi, e che la capacità produttiva extra dell’OPEC o degli scisti statunitensi resta del tutto marginale rispetto alla mole dell’offerta sottratta al mercato.

Le ripercussioni macroeconomiche cominciano a delinearsi con preoccupante nitidezza. La Commissione Europea, attraverso la voce del commissario Valdis Dombrovskis, ha prospettato scenari in cui l’inflazione nell’Unione potrebbe superare il tre per cento per il 2026, con una crescita rivista al ribasso di quattro decimi di punto percentuale rispetto alle stime precedenti. Uno scenario stagflativo, insomma, che rischia di mettere in crisi le fragili riprese post-pandemiche e di costringere le banche centrali a rivedere le proprie politiche monetarie. L’ipotesi che il prezzo del gas rimanga stabilmente intorno ai settanta euro al megawattora non è più un’esercitazione accademica, ma un’evenienza concreta con cui i governi europei devono fare i conti.

Il ruolo ambivalente della Russia tra opportunismo e vincoli

In questo quadro di turbolenza generalizzata, c’è un attore che sembra muoversi con agilità, sfruttando le crepe che si aprono nel sistema sanzionatorio occidentale. La Russia di Vladimir Putin, infatti, gioca una partita complessa e per certi versi cinica. Da un lato, il Cremlino condanna a parole l’aggressione militare a Teheran – suo partner strategico con cui ha siglato un accordo di cooperazione onnicomprensiva appena lo scorso gennaio – e si propone come mediatore per una soluzione negoziale. Dall’altro, incassa i dividendi di una crisi che fa schizzare verso l’alto il prezzo del petrolio, alleviando le tensioni su un bilancio federale provato da quattro anni di guerra in Ucraina e dalle sanzioni.

La mossa più significativa, in questo senso, arriva da Washington: l’amministrazione Trump ha concesso una deroga temporanea di trenta giorni alla vendita di greggio russo già imbarcato, di fatto allentando la morsa delle sanzioni per evitare un collasso dei rifornimenti globali. Un’apertura che sa di necessità, ma che ridisegna le alleanze energetiche e restituisce a Mosca un ruolo centrale nel mercato. I dati parlano chiaro: se le esportazioni iraniane verso l’Occidente si sono fermate, quelle russe verso Cina e India continuano indisturbate, e Putin ha colto l’occasione per ironizzare sulla dipendenza europea, dichiarandosi pronto a rifornire il vecchio continente se i leader europei si faranno avanti.

La resistenza di Teheran e l’asse con Pechino

Sul terreno, intanto, la macchina da guerra iraniana non accenna a fermarsi. I dati diffusi da fonti israeliane parlano di un numero impressionante di droni e missili lanciati – oltre milletrecento i primi, più di cinquecento i secondi – ma la capacità produttiva del paese sembra reggere l’urto. E se gli Stati Uniti concentrano i loro attacchi sulle fabbriche e sui depositi di munizioni, la risposta di Teheran si sposta sul terreno asimmetrico per eccellenza: le mine navali. Con un inventario stimato tra le cinquemila e le seimila unità, i Pasdaran potrebbero trasformare lo Stretto di Hormuz in un campo minato galleggiante, prolungando l’interruzione dei traffici per mesi e rendendo vano qualsiasi tentativo di normalizzazione forzata del transito.

È in questo contesto che emerge con prepotenza il ruolo della Cina. Pechino continua a importare greggio iraniano come se nulla fosse, approfittando di un corridoio marittimo che i Guardiani della Rivoluzione tengono aperto solo per lei e per pochi altri, previa negoziazione. Un asse che imbarazza Washington e che dimostra come la guerra, più che ridisegnare gli equilibri globali, stia accelerando dinamiche già in atto: la frammentazione del mercato energetico in blocchi contrapposti e la perdita di centralità dell’Occidente nella definizione delle regole del commercio internazionale.

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