Iran-Usa, il conto della guerra passa per Hormuz. E l'Europa resta a guardare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nuova ondata di raid statunitensi sull’Iran e le conseguenti rappresaglie di Teheran contro naviglio mercantile e Paesi del Golfo hanno riportato la tensione nello Stretto di Hormuz a livelli che non si vedevano dai primi mesi del conflitto. Mentre le cancelliere europee si limitano a invocare un generico coinvolgimento nei negoziati, sul campo si consuma una partita che coinvolge gli interessi di tutti, ma dove l’Unione Europea appare sempre più un attore marginale.

I raid, che secondo il comando centrale statunitense hanno preso di mira sistemi di difesa costiera, basi missilistiche e capacità navali iraniane in località come Bandar Abbas e Bushehr, sono stati giustificati da Washington come risposta agli attacchi di Teheran contro il traffico commerciale. Il tutto mentre il presidente Trump, in un fulmineo dietrofront, ha ritirato la proposta di un pedaggio del 20 per cento per le navi in transito, per poi rimpiazzarla con la promessa di massicci accordi commerciali con gli Stati del Golfo.

Il nodo di Hormuz e la strategia iraniana

Non si tratta più, come in passato, di una semplice disputa sul programma nucleare. Vali Nasr, illustre professore della Johns Hopkins University e tra i massimi conoscitori della realtà iraniana, ha osservato che il conflitto ora è incentrato sul controllo dello Stretto, e questo rappresenta un vantaggio tattico per Teheran.

L'Iran, di fronte a una potenza militare schiacciante, ha scelto il terreno su cui può giocare le sue carte migliori: la capacità di minacciare il transito di una fetta consistente del petrolio mondiale, con conseguenze immediate sui prezzi dell'energia e sull'economia globale.

Gli attacchi a due petroliere battenti bandiera degli Emirati Arabi Uniti, che hanno causato la morte di un marittimo e il ferimento di altre otto persone, e i missili intercettati in Giordania, sono la dimostrazione plastica di una strategia che mira a colpire gli interessi americani e dei suoi alleati in maniera diffusa, alzando la posta in gioco.

Il dietrofront di Trump e il peso degli alleati del Golfo

La decisione del presidente americano di abbandonare l'idea del pedaggio, una misura che avrebbe sconvolto secoli di politica internazionale sulla libertà di navigazione, è un episodio che rivela i limiti dell’approccio unilaterale alla crisi. Inizialmente proposta come rimborso per la protezione fornita dalle navi statunitensi, la tassa era stata giudicata inaccettabile persino dai più stretti alleati degli Stati Uniti nella regione.

Secondo quanto riportato da fonti vicine alla Casa Bianca, sono state proprio le forti rimostranze dei Paesi del Golfo, timorosi di ritorsioni e di un ulteriore inasprimento della crisi, a convincere Trump a fare marcia indietro. Il tentativo di trasformare il controllo militare dello Stretto in un’occasione di profitto si è così risolto in un dietrofront che, più che una ritirata, appare come un tentativo di ricucire il fronte degli alleati arabi, divisi tra la paura di un'Iran aggressivo e l'ansia per le conseguenze economiche di un conflitto prolungato.

Il rischio della guerra per procura e l’impotenza europea

La dinamica degli eventi rischia di innescare una spirale pericolosa. Gli Emirati Arabi Uniti hanno già minacciato una risposta diretta agli attacchi subiti, paventando un allargamento del conflitto che coinvolgerebbe in prima linea gli Stati del Golfo, tradizionali alleati di Washington ma anche partner economici cruciali per l'Europa. In questo quadro, la voce di Bruxelles appare flebile. La richiesta di essere coinvolti nei negoziati, avanzata dalla diplomazia europea, si scontra con la realtà di un tavolo dove gli interessi sono decisi altrove.

E mentre le compagnie aeree europee ricevono raccomandazioni dall'Agenzia europea per la sicurezza aerea di evitare i cieli del Golfo, con conseguenti allungamenti dei tempi di volo e costi aggiuntivi per passeggeri e merci, l'Europa sembra assistere impotente a una partita in cui il conto, inevitabilmente, lo pagherà anche lei.

La prospettiva di una pace lontana

L'analisi di Vali Nasr, che vede la Casa Bianca muoversi in un caos tattico mentre l'Iran dimostra una soglia di sopportazione del dolore più alta del previsto, dipinge uno scenario cupo. La nuova leadership iraniana, temprata dalla guerra e dalle pressioni, non sembra intenzionata a cedere, e la popolazione, colpita dai raid, tende a serrare le file attorno al regime. La tensione a Hormuz, con le sue implicazioni economiche globali, è il sintomo di una crisi che non accenna a risolversi.

E finché gli Stati Uniti cercheranno di imporre la loro volontà con la forza e l'Iran resisterà sul proprio territorio di elezione, la pace resterà un miraggio, con l'Europa chiamata a raccogliere le macerie di un conflitto che non ha contribuito a scatenare, ma che la colpirà nella sua economia e nella sua sicurezza.

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