Il nuovo leader dell'Iran chiude Hormuz e promette nuovi fronti di guerra
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Redazione Esteri
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Quattro giorni dopo essere stato designato dall'Assemblea degli esperti, Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio con un messaggio letto alla televisione di Stato, un intervento che porta la sua firma ma non la sua immagine. La scelta di non comparire pubblicamente, alimentando voci su sue possibili ferite riportate nell'attacco israeliano che all'inizio del conflitto ha ucciso il padre, la moglie e altri familiari, non ha attenuato la durezza delle parole. Il nuovo leader ha ringraziato le forze armate e gli alleati regionali, ha invocato l'unità nazionale, ma ha soprattutto ribadito la linea della fermezza: lo Stretto di Hormuz deve rimanere chiuso, hanno dichiarato i suoi emissari, e Teheran è pronta ad aprire nuovi fronti se la guerra dovesse proseguire e le circostanze lo richiederanno, vendicando il sangue dei martiri.
La strategia, del resto, è già in atto da giorni e si fonda su un'asimmetria che mette in difficoltà la potenza marittima statunitense. Sedici navi, secondo le ricostruzioni, sarebbero state attaccate dall'inizio delle ostilità, una molteplicità di mezzi e armi che trasforma lo Stretto in un campo minato, letteralmente e figurativamente. Il presidente americano Donald Trump ha denunciato l'azione di ventotto navi posamine iraniane, ma da Teheran è arrivata una secca smentita per bocca del viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi, il quale ha sostenuto che l'Iran non ha minato le acque e che ad alcune navi è stato concesso il transito. Una versione, quest'ultima, che cozza con le rivendicazioni dei pasdaran, i quali attraverso i canali ufficiali hanno rivendicato la responsabilità degli attacchi contro i mercantili, descrivendo l'ostruzione della via d'acqua come un atto dovuto finché i bombardamenti sulle città iraniane non cesseranno.
La dottrina della guerra asimmetrica messa in atto dai pasdaran
La Repubblica Islamica, privata ormai di gran parte della sua aviazione e con le difese aeree pesantemente compromesse dai primi giorni di raid israelo-americani, sta applicando sul campo dottrine sviluppate nell'ultimo ventennio. L'idea è quella di negare il controllo del mare all'avversario attraverso una guerra di logoramento fatta di colpi improvvisi, veloci e difficili da intercettare. Unità navali minute, vedette motorizzate, barchini esplosivi, siluri e missili a corto raggio lanciati dalla costa o da imbarcazioni minori: è questo il campionario di azioni che ha preso di mira il traffico commerciale, colpendo petroliere e portarinfuse in un raggio che va dalle acque internazionali fino a ridosso dei porti degli Emirati Arabi Uniti. Il Golfo, in questi termini, è diventato il teatro di una sfida che punta a colpire il cuore economico dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, costringendo QatarEnergy a fermare la produzione di gas liquefatto e i produttori kuwaitiani a dichiarare la *force majeure*. L'obiettivo, dichiarato senza mezzi termini da fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, è spostare l'epicentro del conflitto sul mare, dove il danno economico può diventare un moltiplicatore della pressione politica.
Le parole di Trump e la risposta sul prezzo del petrolio
Sull'altro versante, la reazione di Washington si muove su un doppio binario. Da un lato, il Pentagono prosegue le operazioni di bonifica e di caccia alle unità navali nemiche, dichiarando di aver distrutto sedici imbarcazioni utilizzate per il minamento. Dall'altro, il presidente Trump ha offerto una lettura economica della situazione che rovescia la narrazione tradizionale. In un post sulla sua piattaforma Truth, ha risposto al primo messaggio della nuova guida iraniana, sostenendo che fermare quello che ha definito "l'impero malvagio" di Teheran è un obiettivo ben più importante del prezzo del petrolio. "Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo", ha scritto, "quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi". Un'affermazione che legittima l'aumento delle quotazioni come effetto collaterale accettabile di una priorità strategica superiore: impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari e di minacciare la stabilità mediorientale. Il ragionamento, sebbene contestabile sul piano della protezione del consumatore americano, ha il pregio della chiarezza politica e segna un punto di svolta nella retorica dell'amministrazione.
La partita, a questo punto, si gioca tutta sulle acque dello Stretto e sulla capacità di resistenza delle due parti. L'Iran gioca la carta dell'inafferrabilità, sapendo che il tempo lavora a favore di chi può seminare il caos a basso costo, mentre gli Stati Uniti devono bilanciare la potenza di fuoco con la necessità di non innescare un'escalation incontrollata che coinvolga ulteriormente i Paesi del Golfo. Le basi americane presenti nella regione, d'altronde, sono già state oggetto di minacce dirette nel messaggio di Mojtaba Khamenei, il quale ha intimato ai vicini dell'Iran di chiuderle se non vogliono diventare bersaglio. Uno stillicidio di dichiarazioni e colpi che tiene il mondo con il fiato sospeso, in attesa di capire se la chiusura di Hormuz diventerà la norma o se si troverà una via per scongiurare un disastro economico globale.




