Mojtaba Khamenei è ferito e sfigurato, l’annuncio di Hegseth mentre l’Iran chiude Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il nuovo leader supremo dell’Iran, Mojtaba Khamenei, sarebbe rimasto ferito in modo grave nel corso dei bombardamenti che hanno decimato la leadership di Teheran, riportando lesioni tali da averlo probabilmente sfigurato. Lo ha dichiarato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth nel corso di un briefing con la stampa, gettando ulteriore luce sul mistero che avvolge le condizioni fisiche del successore dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio all’inizio dell’operazione militare statunitense denominata “Epic Fury”. Hegseth ha definito “debole” il messaggio diffuso ieri dal nuovo leader, una dichiarazione rilasciata senza supporto audio o video, una scelta che il segretario alla Difesa ha definito sintomatica: in Iran, ha osservato, ci sono innumerevoli telecamere e registratori vocali, dunque l’utilizzo di un comunicato scritto lascia intendere che chi avrebbe dovuto pronunciarlo non fosse in condizione di farsi riprendere.

Le dichiarazioni di Hegseth arrivano in un contesto di crescente tensione internazionale, con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso al traffico delle petroliere dopo gli attacchi dei Pasdaran contro almeno tre navi mercantili. La Marina della Guardia Rivoluzionaria ha rivendicato l’azione contro la portarinfuse thailandese Mayuree Naree, presa di mira con missili mentre si trovava a poche miglia dalla costa dell’Oman, e contro altre due imbarcazioni battenti bandiera liberiana e delle Isole Marshall. La risposta di Teheran alla campagna militare congiunta di Stati Uniti e Israele si sta giocando proprio su quel tratto di mare strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale: i Pasdaran hanno minacciato che non una goccia di greggio attraverserà lo Stretto a beneficio dell’America e dei suoi alleati, alimentando il timore di un’impennata del prezzo del barile fino a duecento dollari.

Il comunicato fantasma e il vuoto di potere

L’assenza di prove visive sulle condizioni del nuovo leader iraniano sta alimentando scenari di instabilità politica in un paese già provato dalla perdita del suo storico leader. Mojtaba Khamenei, definito da alcuni media “Khamenei due” o “la vendetta” per il tono dei suoi primi messaggi minacciosi verso l’Occidente, non è più apparso in pubblico dal giorno dell’attacco costato la vita al padre e ad altri membri della sua famiglia, tra cui una sorella e un figlio. Fonti mediche locali citate dalla stampa internazionale ipotizzano che il religioso cinquantaseienne abbia riportato ferite estese al volto, con possibili amputazioni o danni permanenti che ne impedirebbero la normale attività di governo. Il regime, dal canto suo, tace e si affida a comunicati anonimi letti dai conduttori della televisione di Stato, una strategia che Hegseth ha definito come un chiaro segnale di debolezza.

Il Pentagono ha inoltre confermato che gli obiettivi dell’operazione militare includono ora anche l’eliminazione della catena di comando iraniana, con l’obiettivo dichiarato di smantellare l’apparato bellico di Teheran. Hegseth ha sottolineato come lo spazio aereo iraniano sia di fatto sotto controllo americano e come le capacità di difesa del paese siano state in gran parte distrutte, inclusi i siti di produzione missilistica e i depositi di droni. La Casa Bianca, pur ribadendo l’impegno a garantire la sicurezza delle rotte commerciali, ha per il momento escluso di fornire una scorta diretta alle petroliere nello Stretto di Hormuz, valutando l’operazione come troppo rischiosa in presenza di mine e missili anti-nave.

La guerra parallela per il petrolio

Mentre il segretario alla Difesa americano rilasciava queste dichiarazioni, l’Agenzia internazionale per l’energia ha annunciato il rilascio sul mercato di quattrocento milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche dei paesi membri, un intervento senza precedenti volto a calmierare i prezzi dopo l’impennata registrata nelle ultime settimane. Il provvedimento, coordinato dai trentadue paesi dell’agenzia, cerca di arginare gli effetti del blocco navale imposto dall’Iran, che ha ridotto ai minimi termini il traffico di greggio attraverso il canale. Nonostante gli sforzi, gli esperti del settore marittimo interpellati dalla stampa anglosassone dubitano che la diplomazia delle cannoniere voluta da Donald Trump possa risolvere rapidamente l’intasamento di una via d’acqua larga in alcuni punti appena due chilometri.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha intanto adottato una risoluzione, presentata dal Bahrein, che chiede all’Iran di cessare immediatamente le ostilità contro i paesi del Golfo. Il testo, passato con tredici voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina, rappresenta un tentativo della diplomazia internazionale di riportare la tensione su un binario negoziale, mentre Israele ribadisce attraverso il suo ministro della Difesa che l’operazione continuerà senza limiti di tempo finché non sarà raggiunta la vittoria completa. In questo quadro di crescente frammentazione, la sorte di Mojtaba Khamenei resta il tassello più oscuro: il leader che aveva promesso vendetta all’Occidente potrebbe non essere in grado di guidare la risposta che lui stesso aveva annunciato.

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