Petrolio sopra i 100 dollari, la guerra in Iran congela Hormuz e infiamma i mercati

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Medio Oriente, con il conflitto che ha ormai assunto i contorni di una guerra regionale aperta, ha riscritto in pochi giorni le regole dei mercati energetici globali, riportando il prezzo del greggio a livelli che non si registravano dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. I future sul petrolio, nella notte, hanno sfondato con violenza la barriera psicologica dei cento dollari al barile, un’eventualità che fino a poche settimane fa appariva remota, e che invece ora costringe analisti e governi a fare i conti con uno shock energetico dalla portata ancora tutta da decifrare. Il West Texas Intermediate, con consegna ad aprile, ha toccato un picco di 119,48 dollari per poi attestarsi a 107,19, segnando un incremento del 17,92%, mentre il Brent di maggio, dopo aver sfiorato i 119,5 dollari, viaggia ora a 109,67, con un balzo del 18,32%. Una fiammata, quella dei prezzi, che è la diretta conseguenza di due fattori concatenati: la distruzione di depositi e impianti petroliferi nel cuore dell’Iran – obiettivo di ripetuti attacchi da parte di Israele, come confermato dalle stesse Forze di difesa israeliane che hanno rivendicato azioni mirate contro le infrastrutture energetiche nella capitale Teheran – e il blocco de facto dello Stretto di Hormuz.

Lo Stretto di Hormuz, un tappo strategico che soffoca un quinto del petrolio mondiale

Proprio quel tratto di mare, vero e proprio collo di bottiglia per il commercio energetico planetario, è diventato l’epicentro della crisi. Attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio consumato quotidianamente nel mondo e, con le ostilità in corso, il settore marittimo internazionale non ha avuto altra scelta se non quella di classificare l’intera area – Golfo Persico, Stretto di Hormuz e Golfo di Oman – come zona di operazioni belliche. Una designazione che non è un dettaglio burocratico, perché comporta conseguenze pesantissime per gli equipaggi e per i flussi commerciali: circa un migliaio di navi, molte delle quali petroliere, risultano bloccate nella regione, con un valore della merce ferma che supera i 25 miliardi di dollari, come stimato dagli assicuratori del mercato londinese. La percentuale di transiti, rispetto ai livelli pre-crisi, è crollata fino al novanta per cento, e questo mentre l’Iran, attraverso le parole del portavoce delle Guardie della Rivoluzione, lascia intendere che la reazione agli attacchi subiti potrebbe tradursi in azioni simili contro le infrastrutture dei Paesi vicini, alimentando una spirale di ritorsioni che rende ogni previsione un esercizio arduo. Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, ha tentato di gettare acqua sul fuoco, assicurando alla Cnn che si tratta di un’interruzione destinata a durare poche settimane e non mesi, ma l’impennata del greggio ha già avuto ripercussioni immediate sulle borse asiatiche, con l’indice Nikkei di Tokyo che ha subito un tracollo superiore al sei per cento trascinando con sé i listini di Hong Kong e Seul, mentre il dollaro guadagnava terreno e i Treasury americani venivano venduti.

La risposta di Trump tra rassicurazioni e linea dura

Nel mezzo di questa tempesta perfetta, la voce del presidente americano Donald Trump è tornata a farsi sentire con la consueta, netta, polarizzazione. Da un lato, una rivendicazione della scelta militare e, dall’altro, una svalutazione dell’impatto economico del conflitto. In un messaggio pubblicato sul suo social, Truth, Trump ha definito l’attuale picco del prezzo del petrolio come un prezzo piccolo da pagare per garantire la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo, subordinando il ritorno alla normalità al completamento dell’operazione di neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana. Una posizione che, di fatto, lega il destino dei mercati energetici all’esito delle operazioni militari, in una commistione che gli operatori finanziari non amano e che alimenta la volatilità. L’attacco israeliano agli impianti iraniani, peraltro, avrebbe colto di sorpresa l’amministrazione americana per la sua ampiezza – si parla di una trentina di depositi colpiti nella sola Teheran – e ha provocato incendi di vaste proporzioni, con immagini che mostrano una coltre di fumo nero alzarsi sulla capitale e una pioggia mista a petrolio cadere su alcuni quartieri.

A complicare ulteriormente il quadro, c’è la situazione interna all’Iran, dove l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei primi giorni del conflitto ha aperto una crisi di successione che, lungi dall’essere risolta, vede ora nell’Assemblea degli Esperti la designazione del figlio Mojtaba Khamenei come nuova Guida. Una scelta che rappresenta una chiara sfida alle pressioni esterne – lo stesso Trump aveva manifestato l’intenzione di voler imporre un nome gradito a Washington – ma che non sembra aver ricomposto le fratture interne al regime, dove emergono voci dissonanti e una gestione del potere ancora incerta. E mentre a Teheran si consumano queste complesse dinamiche, i riflessi sul fronte energetico si fanno sentire con forza anche altrove: i produttori del Golfo, infatti, hanno iniziato a ridurre l’estrazione, e gli attacchi si sono estesi a infrastrutture civili di Paesi limitrofi, come dimostrano le vittime in un complesso residenziale a sud di Riad e i danni a impianti di desalinizzazione in Kuwait e Bahrein, elementi che allargano il perimetro del conflitto e rendono la stabilizzazione dell’area un obiettivo sempre più lontano.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.