Dodicesimo giorno di guerra, Teheran colpisce tre navi a Hormuz e minaccia: «Petrolio a 200 dollari»
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Redazione Esteri
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Il dodicesimo giorno di conflitto in Medio Oriente si apre con una drammatica escalation nello Stretto di Hormuz, lo stretto passaggio dal quale transita oltre il 20 per cento del petrolio mondiale, e che le autorità di Teheran, di fatto, rivendicano di avere ormai chiuso. Tre navi mercantili sono state attaccate e danneggiate in successione da quella che l’Agenzia marittima britannica Ukmto ha definito, nel suo bollettino, l’azione di «proiettili sconosciuti», portando a quattordici il numero di incidenti simili registrati dall’inizio delle ostilità. I Pasdaran, il Corpo d’élite della Repubblica islamica, hanno rivendicato la responsabilità degli attacchi, spiegando – stando a quanto riferito dall’agenzia semi-ufficiale Fars – che le imbarcazioni sono state prese di mira dopo aver ignorato i ripetuti avvisi e tentato di attraversare illegalmente le acque contese. Una di queste, la portarinfuse thailandese Mayuree Naree, è stata centrata mentre si trovava a poche miglia dalla costa dell’Oman: l’incendio divampato nella sala macchine ha costretto all’evacuazione dell’equipaggio e, come ha confermato la compagnia armatrice Precious Shipping in una nota ripresa dall’Afp, tre marinai risultano dispersi e si teme siano rimasti intrappolati proprio nel locale dei motori. Le altre due navi danneggiate, la giapponese One Majesty e la Star Gwyneth, battente bandiera delle Isole Marshall, sono state colpite rispettivamente al largo degli Emirati Arabi Uniti e di Dubai, riuscendo comunque a raggiungere un porto per mettersi in salvo.
Nel frattempo, sullo sfondo di una guerra che ormai si combatte su più fronti, con raid incrociati che dalla notte hanno colpito duramente Teheran e il Sud del Libano – causando almeno sei vittime – e con Hezbollah che continua a lanciare razzi verso Israele, la tensione si alimenta anche di minacce e contro-minacce. Il portavoce del quartier generale del comando militare iraniano, Ebrahim Zolfaqari, ha lanciato un avvertimento inequivocabile all’indirizzo degli Stati Uniti: «Preparatevi al petrolio a 200 dollari al barile». Un monito, questo, che lega indissolubilmente il prezzo del greggio alla destabilizzazione della regione causata, secondo Teheran, dall’aggressione americana e israeliana. Una dichiarazione che trova riscontro immediato sui mercati, con i future sul Brent che hanno ripreso a salire, superando nuovamente la soglia psicologica dei cento dollari al barile dopo le fluttuazioni dei giorni scorsi. Dall’altra parte, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intervenendo a un evento in Kentucky, ha ribadito la sua visione di un conflitto ormai prossimo alla conclusione, pur senza fornire tempistiche precise: «Finirà presto, decido io quando», ha dichiarato, sostenendo che le forze armate statunitensi abbiano di fatto già distrutto gran parte della capacità militare iraniana, menzionando in particolare l’affondamento di decine di navi posamine. Mentre da Israele, al contrario, filtrano dichiarazioni ben più bellicose, con il ministro della Difesa Israel Katz che ha parlato di un’operazione destinata a proseguire «senza limiti di tempo» fino alla vittoria.
Porti civili nel mirino e il mistero sulle condizioni della Guida suprema
Un ulteriore e preoccupante salto di qualità nello scontro è arrivato con l’apertura di un nuovo fronte, quello dei porti civili. Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha infatti diffuso un avvertimento senza precedenti, intimando ai civili iraniani di tenersi alla larga dagli scali situati lungo lo Stretto di Hormuz. La motivazione addotta è che il regime di Teheran starebbe utilizzando queste infrastrutture, in teoria destinate al traffico commerciale, per condurre operazioni militari contro la navigazione internazionale, perdendo così, di fatto, la loro protezione ai sensi del diritto bellico e trasformandosi in «obiettivi militari legittimi». Una minaccia esplicita di attaccare obiettivi sulla terraferma iraniana che, com’era prevedibile, ha scatenato la reazione fulminea di Teheran. Il comando militare di Khatam Al-Anbiya, attraverso un comunicato diffuso dalla televisione di Stato, ha promesso che, nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero colpire i porti iraniani, nessun centro economico o punto di transito commerciale nell’intera area del Golfo Persico potrà ritenersi al sicuro. Una rappresaglia che potrebbe estendersi a danni degli alleati regionali di Washington, con conseguenze inimmaginabili per la stabilità dell’intera regione.
Intanto, mentre i raid continuano a mietere vittime anche tra i civili – il New York Times ha rivelato che l’attacco missilistico Tomahawk che ha distrutto una scuola elementare uccidendo oltre centosessanta persone, per lo più bambini, è stato frutto di un tragico errore di targeting dovuto a coordinate obsolete – un alone di mistero continua ad avvolgere la figura del nuovo leader dell’Iran. Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei ucciso nei primi giorni del conflitto insieme ad altri alti membri della sua famiglia, non è più apparso in pubblico dall’inizio della guerra. Fonti anonime citate dai media americani e confermate indirettamente da canali ufficiosi iraniani riferiscono che il nuovo supremo sarebbe rimasto ferito in modo non grave durante i bombardamenti iniziali. Si parla di un piede fratturato, di alcune lacerazioni al volto e di un occhio nero, lesioni che, sebbene non ne mettano a rischio la vita, gli impedirebbero di parlare o di mostrarsi in pubblico, alimentando inevitabilmente voci e speculazioni sulla reale tenuta del comando in un momento così critico per la Repubblica islamica.




