Lo stretto di Hormuz diventa un campo minato, Teheran sfida Washington sul petrolio
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Redazione Esteri
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Mentre i raid si intensificano e le diplomazie arrancano, la crisi tra Stati Uniti e Iran assume i contorni di uno scontro frontale per il controllo delle rotte energetiche globali. Il nodo cruciale, ormai da giorni, è lo stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e che Teheran ha cominciato a cospargere di mine navali. L'inizio delle operazioni di minamento, confermato da fonti dell'intelligence statunitense al New York Times, rappresenta un salto di qualità nella strategia militare iraniana: una mossa di guerra asimmetrica studiata per tenere in scacco le marine occidentali e paralizzare il commercio dei paesi del Golfo. Non si tratta, al momento, di uno sbarramento fitto e invalicabile: secondo le stime, sarebbero state posate poche dozzine di ordigni, ma la capacità di espansione è notevole, considerando che le forze navali dei Guardiani della Rivoluzione dispongono di un arsenale che si stima oscilli tra le tremila e le seimila unità.
L'ordine impartito da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, è stato categorico: le mine vanno rimosse immediatamente. Il presidente, attraverso i suoi canali social, ha avvertito Teheran che il mancato rispetto dell'ultimatum comporterebbe conseguenze "a un livello mai visto prima". E sul piano militare, la risposta non si è fatta attendere. Il Comando Centrale statunitense ha dichiarato di aver distrutto numerose imbarcazioni iraniane nelle vicinanze dello stretto, tra cui sedici posamine, nel tentativo di neutralizzare la minaccia prima che si espandesse ulteriormente. Ciononostante, la realtà operativa sul campo resta complessa: la Marina americana ha recentemente ritirato gli ultimi cacciamine dedicati dalla regione, affidando le operazioni di bonifica a navi da guerra meno specializzate, un fattore che potrebbe rallentare un'eventuale riapertura in sicurezza della via d'acqua.
Sul fronte politico e diplomatico, le posizioni si sono irrigidite in modo quasi speculare. Mohsen Rezaei, membro di spicco del Consiglio iraniano per la sicurezza degli interessi del regime, ha rilasciato dichiarazioni di una durezza inaudita, sostenendo che lo stretto di Hormuz non verrà riaperto e che nessuna nave americana ha più il diritto di navigare nel Golfo. La sicurezza dell'area, ha rincarato la dose, potrà essere garantita solo con il ritiro completo delle forze statunitensi. Una posizione che riecheggia le parole del nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, il quale ha ribadito la necessità di continuare a utilizzare la leva della chiusura dello stretto come strumento di pressione. Intanto, dall'altra parte, l'amministrazione Trump valuta il ricorso a scorti navali per i mercantili, una proposta che riporterebbe alla memoria gli interventi degli anni Ottanta nel Golfo, ma che esporrebbe le navi militari a rischi elevati in quello che un funzionario statunitense ha definito senza mezzi termini un "death valley".
Il raid sull'isola di Kharg, il principale terminale di esportazione del greggio iraniano da cui parte il 90 per cento del petrolio, ha aggiunto un ulteriore tassello a questo mosaico bellico. Mentre Trump rivendicava l'operazione parlando di obiettivi militari "cancellati", le agenzie di stampa iraniane come Fars hanno rapidamente smentito danni significativi alle infrastrutture petrolifere, circoscrivendo gli effetti dell'attacco a installazioni difensive e a una base navale. Una narrazione, quella iraniana, volta a minimizzare l'impatto dei raid e a dimostrare la resilienza del paese, nonostante le difficoltà. Tuttavia, la minaccia implicita è rimasta sospesa: lo stesso Trump, in un messaggio successivo, ha avvertito che se Teheran continuerà a interferire con il libero transito delle navi, l'opzione di colpire le infrastrutture energetiche dell'isola tornerà prepotentemente sul tavolo.




