Lo Stretto di Hormuz è un campo minato, Teheran alza il prezzo del greggio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il fuoco e il fumo che si sono levati dalle tolde delle navi mercantili nel cuore del Golfo Persico rappresentano solo la manifestazione più visibile di una strategia, quella iraniana, volta a trasformare lo Stretto di Hormuz in una trappola letale per l’economia globale. Le Guardie rivoluzionarie, dopo aver centrato mercoledì 11 marzo tre distinte imbarcazioni — tra cui la portarinfuse thailandese Mayuree Naree, avvolta dalle fiamme con venti membri dell’equipaggio poi tratti in salvo in Oman, e la Express Room, battente bandiera liberiana — hanno rilanciato la posta. La promessa, caduta come una scure sui mercati, è che non un solo litro di petrolio attraverserà quelle acque senza il placet di Teheran, e il mondo, è stato l’avvertimento, si prepari a pagare il barile duecento dollari.
Dietro le dichiarazioni bellicose, però, si muove una realtà fatta di ordigni silenziosi e di una strategia navale che procede per tentativi, tra decine di mine effettivamente piazzate — secondo fonti di intelligence citate dalla stampa internazionale si parla di una dozzina di ordigni, la cui posizione sarebbe nota — e la capacità, mai sopita, di saturare la via d’acqua con migliaia di questi congegni. L’arsenale di Teheran conterebbe qualcosa come cinquemila o seimila mine anti-nave di diversa tipologia, un potenziale che tiene col fiato sospeso gli strateghi del Pentagono. E non si tratta solo di quantità. Gli ordigni in dotazione ai Pasdaran sono tutt’altro che rudimentali: si parla di mine in grado di restare ancorate a varie profondità, pronte a esplodere al passaggio di una chiglia, ma anche di sistemi più sofisticati, capaci di percepire le variazioni del campo magnetico indotte dallo scafo di una nave, le vibrazioni acustiche delle eliche o persino le minime alterazioni della pressione idrostatica.
Il vuoto nella contromisure americane e le “piccole navi di merda”
In questo scenario di tensione crescente, emerge con prepotenza una falla nella capacità di risposta della Marina statunitense. Da settembre, con una decisione i cui effetti si riverberano oggi in tutta la loro gravità, gli Stati Uniti hanno dismesso l'ultima delle quattro navi dragamine specializzate della classe Avenger che stazionavano stabilmente in Bahrein. Quei mezzi, con i loro scafi in legno rivestiti di fibra di vetro progettati per non innescare le esplosioni, sono stati avviati alla demolizione e trasportati via in gennaio a bordo di una nave pesante, lasciando un vuoto operativo non indifferente. Le unità Littoral Combat Ship, le LCS chiamate a sostituirle nel delicatissimo ruolo di bonifica delle mine, sono arrivate nella regione, ma la loro efficacia è pesantemente discussa. Progettate con moduli di missione intercambiabili, soffrono di problemi di affidabilità talmente noti da essersi guadagnate dai marinai il poco lusinghiero soprannome di “Little Crappy Ships”. La loro adeguatezza, in un tratto d’acqua stretto e insidioso come Hormuz, è tutta da dimostrare.
L’ombra delle mine e la risposta del G7
Mentre il Comando Centrale americano rivendica di aver già distrutto sedici navi posamine iraniane nelle acque del Golfo, cercando di stroncare sul nascere la minaccia, il regime di Teheran rilancia con dichiarazioni che allargano il fronte del conflitto. Non più solo navi nemiche, ha fatto sapere il comando militare iraniano, ma qualsiasi imbarcazione il cui carico o la cui proprietà sia riconducibile a Stati Uniti, Israele o ai loro alleati diventa un bersaglio legittimo. Una pressione che si accompagna alla mossa, quasi speculare, delle potenze industrializzate. L’Agenzia internazionale per l’Energia, su spinta del G7, ha raccomandato il rilascio di quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche, un intervento senza precedenti per volume, studiato per arginare la corsa del greggio. Washington ha già dato il via libera allo sblocco di 172 milioni di barili dalle proprie scorte, un processo che richiederà però mesi per dispiegarsi pienamente e che, nelle intenzioni, dovrebbe comprare tempo in attesa che la situazione si stabilizzi.
La dottrina del terrore negli abissi
La mina navale, in questo contesto, torna a essere l’arma perfetta per asimmetrie e guerra psicologica. A differenza di un missile, resta in agguato per giorni, settimane o mesi. Può essere programmata per attivarsi solo in determinate finestre temporali o per riconoscere il profilo magnetico di specifiche tipologie di navi. I Pasdaran, forti dell’esperienza maturata durante la guerra con l’Iraq negli anni Ottanta, quando il petrolio e la navigazione furono già al centro dello scontro, conoscono perfettamente il potenziale di questi ordigni. La scelta di colpire mercantili thailandesi e giapponesi, inoltre, non è casuale: manda un messaggio chiaro a tutte le marine commerciali e alle economie che dipendono dal greggio, mostrando come nessuna bandiera sia al sicuro se non allineata alle direttive di Teheran. Il G7, dal canto suo, valuta ora la possibilità di scortare i mercantili, ma in uno stretto minato, la scorta militare rischia di trasformare ogni convoglio in un'esca più grossa in un campo minato.




