Lo stretto di Hormuz riapre un corridoio, ma solo per il greggio iraniano diretto in Cina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il blocco dello Stretto di Hormuz, imposto dall’Iran come misura di ritorsione nel contesto del conflitto innescato dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, non ha affatto interrotto il flusso di greggio. Anzi, le più recenti rilevazioni satellitari e i dati forniti dalle società specializzate nel tracciamento delle navi petroliere dipingono un quadro piuttosto preciso e in parte paradossale: l’acqua scorre, ma solo in una direzione e per un unico, privilegiato destinatario. Secondo quanto riportato da Samir Madani, co-fondatore di TankerTrackers, a Cnbc, Teheran sarebbe riuscita a spedire almeno 11,7 milioni di barili di petrolio greggio attraverso quel passaggio obbligato che è il Golfo Persico, e l’intero volume, hanno sottolineato gli analisti, era inequivocabilmente destinato alla Cina. Un dato, questo, che trova sostanziale conferma anche nelle stime di Kpler, un’altra agenzia di intelligence marittima, la quale ha calcolato che nei primi sei giorni dall’inizio delle ostilità, circa 12 milioni di barili abbiano transitato l’area, con l’ipotesi – definita “altamente probabile” dagli stessi esperti – che la quasi totalità di questi caricamenti fosse riconducibile a navi battenti bandiera iraniana o facenti capo a società di comodo, tutte con rotta fissa su Pechino.

Il doppio binario della guerra e del commercio energetico

Se da un lato la comunità internazionale registra il blocco de facto della via d’acqua, attraverso cui normalmente transita circa un quinto del petrolio mondiale, dall’altro i monitoraggi mostrano una continuità operativa sorprendente per quanto riguarda gli interessi della Repubblica Islamica. Le stesse forze che hanno dichiarato la chiusura dello Stretto, di fatto, ne consentono l’utilizzo selettivo, creando una sorta di corridoio protetto per le proprie esportazioni. È emblematico il caso della petroliera Skywave, una nave di proprietà riconducibile a una società indiana fittizia – già finita nel mirino delle sanzioni americane nel 2025 per aver finanziato i Guardiani della Rivoluzione – che ha caricato greggio all’isola di Kharg, il principale terminale di esportazione iraniano situato all’estremo nord-ovest del Golfo, per poi dirigersi verso i porti cinesi. L’isola di Kharg, che gestisce circa il 90% delle esportazioni iraniane, è diventata così l’epicentro di questa singolare dinamica: nonostante i raid e le tensioni, gli impianti continuano a operare e a rifornire quelle che vengono definite "navi ombra", le quali, disattivando i transponder per sfuggire ai monitoraggi, solcano acque altrimenti interdette al naviglio mondiale.

La flessibilità cinese e l’adattamento del mercato

La Cina, dal canto suo, si dimostra perfettamente in grado di gestire e assorbire questi flussi, forti di una domanda interna che non accenna a diminuire e di una politica di approvvigionamento che guarda al di là delle contingenze belliche. Le raffinerie cinesi, in particolare quelle indipendenti note come "teapots", hanno fatto incetta di greggio iraniano nelle settimane precedenti lo scoppio del conflitto, consapevoli del rischio di un blocco e della necessità di accumulare scorte. I dati doganali di Pechino indicano un incremento delle importazioni del 15,8% nei primi due mesi dell'anno, segno di una macchina energetica che continua a carburare nonostante le turbolenze internazionali. A febbraio, le esportazioni iraniane hanno raggiunto la ragguardevole media di 2,15 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal luglio 2018, e la totalità di questo volume, come confermato da Kpler, era contrassegnata con destinazione Cina.

Le incognite del transito per l’India e le altre economie asiatiche

Rimane, sullo sfondo, il nodo dell’India. Le indiscrezioni raccolte dalle agenzie internazionali lasciano intendere che Nuova Delhi potrebbe essere il secondo, seppur implicito, beneficiario di questa parziale riapertura. Le fonti citate dal Wall Street Journal parlano di petroliere dirette in India che potrebbero aver ricevuto, se non un via libera formale, almeno una tacita autorizzazione a transitare, approfittando della stessa finestra concessa alle navi legate a Teheran. Si tratta, per ora, di segnali deboli e non confermati, ma che suggeriscono come la Repubblica Islamica stia dosando con cura l’uso della leva energetica, distinguendo tra alleati, acquirenti storici e nemici. Il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha avuto diversi colloqui con il suo omologo iraniano, incentrati proprio sulla sicurezza della navigazione e sulla necessità di garantire la continuità degli approvvigionamenti, a riprova di quanto la posta in gioco sia alta per le economie asiatiche fortemente dipendenti dal greggio del Golfo. Nel frattempo, l’effetto combinato del blocco selettivo e delle minacce di Mojtaba Khamenei, nuovo leader supremo subentrato dopo la morte del padre nei raid iniziali, continua a tenere alta la tensione sui mercati, con il Brent che ha oscillato intorno agli 80 dollari, testimoniando la fragilità di un equilibrio in cui la geopolitica detta legge sulle rotte energetiche globali.

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