Lo Stretto di Hormuz e il nodo delle alternative impraticabili per il greggio del Golfo
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Redazione Interno
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Il blocco dello Stretto di Hormuz, che ormai da settimane rappresenta il principale moltiplicatore della crisi mediorientale, ha riportato al centro del dibattito energetico globale una vulnerabilità strutturale nota da decenni ma mai realmente risolta. La geografia, in questo angolo di mondo, si rivela un fattore determinante quanto le rivalità politiche: quel tratto di mare tra l’Iran e la penisola arabica, largo in alcuni punti non più di cinquanta chilometri, incanala infatti circa un quinto del petrolio mondiale e un quarto del gas naturale liquefatto, numeri che da soli spiegano perché la sua chiusura, o anche solo una sua parziale interdizione, provochi onde d’urto sui mercati e sulle quotazioni del greggio, spinte oltre i cento dollari al barile nelle ultime rilevazioni. La dipendenza dei paesi produttori da questo passaggio obbligato, lungi dall’essere diminuita nel tempo, si è anzi accentuata, e la guerra innescata dall’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha trasformato una minaccia latente in una realtà con cui fare i conti.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché non esistono vie di rifornimento alternative in grado di sostituire il traffico che transita da Hormuz? La risposta, come emerso da diverse analisi tra cui un approfondimento del New York Times, risiede in un mix letale di costi proibitivi, complessità infrastrutturali e, soprattutto, storiche diffidenze diplomatiche che hanno impedito la realizzazione di oleodotti in grado di bypassare lo Stretto. Il Qatar, ad esempio, rappresenta il caso forse più emblematico di questa impasse: il piccolo emirato, tra i maggiori esportatori di Gnl al mondo, condivide l'unico confine terrestre con l'Arabia Saudita, un paese con cui le relazioni sono rimaste congelate per anni a causa di una crisi diplomatica risoltasi solo di recente, e una simile premessa non ha certo favorito la progettazione di infrastrutture comuni per il trasporto degli idrocarburi. Per molti altri produttori della regione, l'unica alternativa sarebbe la costruzione di nuovi oleodotti attraverso Stati vicini, un'operazione che richiederebbe investimenti miliardari e, soprattutto, un clima di fiducia e cooperazione che allo stato attuale appare una chimera.
Oleodotti esistenti e limiti strutturali di una capacità insufficiente
Non è che manchino del tutto le infrastrutture terrestri, ma quelle esistenti si rivelano drammaticamente inadeguate a reggere il confronto con i volumi che ogni giorno solcano le acque di Hormuz. L'Arabia Saudita può contare su un oleodotto est-ovest che attraversa la penisola fino al Mar Rosso, con una capacità dichiarata fino a cinque milioni di barili al giorno, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno realizzato una condotta che collega i giacimenti di Abu Dhabi al porto di Fujairah, sull'Oceano Indiane, evitando così lo Stretto e garantendo un flusso giornaliero di circa un milione e mezzo di barili. Tuttavia, come sottolineano gli esperti del settore, queste cifre, per quanto ragguardevoli, rappresentano solo una frazione del greggio che normalmente transita nello stretto, e una parte significativa di quella capacità saudita è peraltro assorbita dal fabbisogno delle raffinerie interne, riducendo ulteriormente la quota destinabile all'esportazione. Si tratta, in definitiva, di un palliativo che non scalfisce la sostanza del problema.
La situazione, per altri paesi come l'Iraq, si presenta ancora più critica. Baghdad, le cui esportazioni dipendono in larghissima misura dalle petroliere che partono dai terminali meridionali e attraversano Hormuz, si troverebbe nell'angolo in caso di chiusura prolungata. Qualche ipotesi, emersa negli scorsi mesi, riguarda la possibilità di riattivare obsoleti oleodotti in disuso da anni, che attraversano territori come l'Arabia Saudita o la Siria, ma gli stessi analisti iracheni stimano che anche in uno scenario ottimale il paese non riuscirebbe a esportare più del diciassette per cento della sua produzione attuale. Senza contare che l'ipotesi di utilizzare rotte alternative via mare, aggirando la penisola arabica per poi risalire verso i mercati europei o asiatici, si scontra con un altro limite invalicabile: la flotta globale di superpetroliere VLCC e ULCC, pur rappresentando il mezzo più efficiente per i lunghi viaggi, non è immediatamente riconfigurabile, e i tempi tecnici per il loro reindirizzamento si misurano in settimane, quando non in mesi, con conseguenti ritardi e aumenti dei noli che già stanno toccando livelli record.
Le rotte del gas e la vulnerabilità degli impianti di liquefazione
Se per il petrolio esiste un margine, seppur esiguo, di manovra, per il gas naturale liquefatto la situazione è, se possibile, ancora più complessa. Il Gnl, a differenza del greggio, non può essere semplicemente reindirizzato via terra attraverso vecchi gasdotti riconvertiti, perché richiede infrastrutture criogeniche specifiche e, soprattutto, impianti di liquefazione che nella regione del Golfo sono concentrati in pochi siti nevralgici, come il complesso di Ras Laffan in Qatar, uno dei più grandi al mondo. Gli attacchi che hanno preso di mira queste strutture nelle prime fasi del conflitto hanno provocato l'immediata sospensione della produzione di Gnl qatariota, sottraendo di fatto dal mercato un quinto dell'offerta globale in un colpo solo e innescando una corsa all'acquisto di carichi alternativi, con i prezzi spot del metano in Europa che hanno subito un'impennata verticale. Il blocco navale di Hormuz, in questo contesto, agisce come una morsa: il gas liquefatto, anche se prodotto, non avrebbe comunque via d'uscita dal Golfo Persico, e i serbatoi di stoccaggio, saturi, stanno costringendo i produttori a drastici tagli dell'estrazione, con una riduzione complessiva dell'offerta di petrolio che l'Agenzia Internazionale per l'Energia ha quantificato in almeno dieci milioni di barili al giorno, parlando senza mezzi termini di uno shock senza precedenti nella storia del mercato petrolifero mondiale.
Le conseguenze di questa impasse si riverberano ben oltre i confini mediorientali, e l'Italia, come altri paesi europei fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, osserva con preoccupazione l'evolversi della situazione. Se da un lato la rotta del gas dal Qatar attraverso Hormuz è di fatto interrotta, dall'altro il nostro paese ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento negli ultimi anni, incrementando gli acquisti di Gnl da Stati Uniti, Algeria e Nigeria, che potrebbero in parte compensare le mancate consegne dal Golfo. Tuttavia, il nodo rimane la capacità di attrarre quei carichi in un mercato globale sempre più competitivo e con prezzi in vertiginosa ascesa, e la concreta possibilità che il conflitto si estenda o si protragga, rendendo strutturale la chiusura dello Stretto e trasformando una crisi energetica in una catastrofe economica dalle proporzioni inimmaginabili solo poche settimane fa.




