Lo Stretto di Hormuz non si apre, Rezaei detta le condizioni: via gli Usa dal Golfo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le acque dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il trasporto petrolifero globale attraverso cui transita quotidianamente circa il venti per cento del fabbisogno mondiale, restano al centro dello scontro tra Teheran e Washington. Mohsen Rezaei, membro del Consiglio iraniano per la sicurezza degli interessi del regime ed ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha rotto gli indugi con una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni: il passaggio non verrà riaperto e nessuna nave battente bandiera statunitense avrà il diritto di navigare nel Golfo. Una presa di posizione, la sua, che lega indissolubilmente la stabilità della regione a una precondizione tanto netta quanto, al momento, inaccettabile per l'amministrazione Trump, ovvero il ritiro completo di ogni contingente americano dalle acque del Golfo Persico.

La posizione dell'establishment di Teheran, del resto, appare compatta e priva di tentennamenti. Mentre Rezaei alza il tono minacciando la chiusura sine die della via d'acqua, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi specifica che il blocco, di fatto, è già operativo ma selettivo: le petroliere e le navi dei nemici, Stati Uniti e Israele in testa, non sono le benvenute, e a esse si applica l'embargo navale. Le forze armate iraniane, ha aggiunto il capo della diplomazia, sono pronte a rispondere con rappresaglie mirate contro gli impianti statunitensi nella regione qualora venissero colpite le strutture energetiche dell'Iran, escludendo però, a suo dire, obiettivi civili. Una linea, questa, che conferma quanto il confronto si giochi ormai sul delicatissimo equilibrio delle infrastrutture petrolifere.

Sul fronte militare, le cronache internazionali raccontano di una partita che si gioca a colpi di mine e missili. Il New York Times, citato nelle cronache, riporta la conferma da parte di un funzionario americano riguardo l'inizio delle operazioni di minamento dello Stretto da parte di Teheran. Un'azione, questa, resa possibile da un arsenale che gli analisti stimano essere compreso tra le tremila e le seimila unità in dotazione alla Marina dei Guardiani della Rivoluzione. Ordigni, questi, la cui evoluzione tecnologica li rende capaci di discriminare tra un mercantile e un'unità da guerra, aumentando esponenzialmente la minaccia per la navigazione e complicando non poco i piani della Marina statunitense, chiamata a garantire la libertà di transito.

Parallelamente alla tensione nello Stretto, il teatro bellico registra l'azione diretta ordinata da Donald Trump contro l'isola di Kharg, considerata il cuore pulsante dell'industria energetica iraniana. Un'operazione, quella statunitense, che stando alle parole del presidente americano avrebbe centrato e distrutto tutti gli obiettivi militari presenti sull'isola, risparmiando per ragioni di opportunità politica le infrastrutture petrolifere. Un avvertimento chiaro, accompagnato dalla promessa di scortare le petroliere nella via d'acqua contesa. Una mossa che segue di poco le notizie, circolate nei giorni precedenti, circa la distruzione da parte americana di una dozzina di imbarcazioni iraniane adibite alla posa di mine, a testimonianza di un confronto che non conosce tregua e che si combatte con crescente intensità su più livelli.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.