Iran, raid Usa su centrale nucleare di Karun. Teheran: "Stretto di Hormuz bloccato". Minaccia ai vicini del Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto nelle ultime ore un livello che molti osservatori internazionali, ormai da settimane, temevano potesse concretizzarsi. Nelle prime ore del 19 luglio, un attacco missilistico statunitense ha preso di mira il sito nucleare di Darjovin, nella provincia del Khuzestan, un impianto che la Repubblica Islamica definisce un "simbolo dell'autosufficienza scientifica nazionale".

Immediata la reazione di Teheran, che ha prontamente convocato l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) chiedendo un intervento formale, mentre sul fronte militare è già scattata la contromossa più temuta: il blocco dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, con pesanti ripercussioni già pronte a riverberarsi sui mercati energetici globali.

L'attacco al sito nucleare e la richiesta all'Aiea

Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa iraniana Mehr, la Missione permanente dell'Iran presso le Nazioni Unite a Vienna ha ufficialmente esortato l'Aiea ad attivarsi immediatamente. La nota diplomatica parla di una serie di missili lanciati dagli Stati Uniti contro il sito di Darjovin, descritto dalle autorità locali non solo come un impianto strategico ma come un baluardo del progresso scientifico raggiunto dal paese nonostante i decenni di sanzioni.

La richiesta di Teheran, in questa fase, è quella di un intervento tecnico che accerti la natura dell'aggressione e le eventuali ricadute ambientali, sebbene al momento non siano stati diffusi rapporti ufficiali sull'entità dei danni o sulla presenza di vittime.

Il governo iraniano, attraverso i suoi canali ufficiali, ha parlato di una violazione inaccettabile della sovranità nazionale, sostenendo che l'azione militare USA rappresenti un pericoloso salto di qualità in un conflitto che finora, nonostante le schermaglie e le offensive marittime nel Mar Rosso, era rimasto circoscritto a dinamiche di pressione e contro-pressione.

Lo Stretto di Hormuz chiuso e le minacce ai vicini

La risposta iraniana non si è fatta attendere sul piano operativo. L'agenzia di stampa Fars, citando una fonte militare, ha comunicato che l'Iran non rilascerà più permessi di transito per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz finché gli Stati Uniti non cesseranno le loro azioni ostili. Si tratta di una decisione che di fatto trasforma il braccio di ferro in un atto concreto, andando ben oltre le precedenti minacce verbali.

Solo il 12 luglio, l'Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico (Pgsa) aveva lasciato intendere che le richieste di transito sarebbero state valutate caso per caso non appena la situazione regionale si fosse calmata, ma l'attacco del 19 luglio ha radicalmente mutato lo scenario. A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge la preoccupante dichiarazione del generale di brigata Mohammad Akrami-Nia, il quale, intervenuto alla televisione di Stato, ha lanciato un avvertimento dai toni finora inediti: "Se l'America occupa il nostro territorio, bombarderemo persino il nostro territorio".

Una frase che lascia intendere una strategia difensiva estrema, con possibili ripercussioni per i paesi vicini, tanto che il Kuwait sarebbe già in stato di massima allerta per il timore che eventuali attacchi o detriti bellici possano finire sul proprio suolo o che le acque territoriali diventino teatro di uno scontro diretto.

Il contesto delle ostilità e le reazioni in Medio Oriente

L'escalation in corso arriva a poche settimane da un episodio che già aveva fatto temere per la stabilità della regione, ovvero l'attacco missilistico che il 12 luglio aveva colpito le immediate vicinanze del consolato statunitense a Erbil, nel Kurdistan iracheno, rivendicato da forze filo-iraniane e che aveva portato alla sospensione temporanea dei voli civili nello spazio aereo della zona.

La retorica utilizzata da entrambe le parti sembra essersi fatta più aspra, con gli Stati Uniti che, attraverso le parole del Presidente Trump, hanno ribadito la loro determinazione a garantire la libertà di navigazione, minacciando interventi diretti qualora gli Houthi nello Yemen tentassero di bloccare le rotte del Mar Rosso.

Le cancelliere occidentali, seppur in silenzio stampa, stanno monitorando la situazione con crescente preoccupazione, mentre la Cina e la Russia hanno già fatto trapelare i loro timori per un conflitto che coinvolgerebbe direttamente i terminali petroliferi dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi. In questo scenario di fibrillazione generale, l'Iran tiene il punto sulla necessità di una cessazione delle ostilità come prerequisito per qualsiasi ripresa del dialogo sulla sicurezza marittima.

Impatto sulle rotte commerciali e scenario internazionale

Il blocco dello Stretto di Hormuz, se protratto per più di qualche giorno, rischia di provocare un'impennata del prezzo del greggio e delle assicurazioni navali, colpendo duramente le economie dipendenti dalle importazioni energetiche del Golfo.

Gli analisti del settore ricordano che nei precedenti episodi di tensione, il passaggio di circa 17 milioni di barili al giorno era stato messo in pericolo già con semplici atti di molestia navale; ora che la chiusura è ufficiale e decretata dal governo centrale, le compagnie di navigazione stanno già dirottando le proprie flotte verso rotte alternative, più lunghe e costose, intorno al Capo di Buona Speranza.

La diplomazia internazionale si trova di fronte a un bivio: da un lato, la condanna formale dell'aggressione armata statunitense, accusata da Russia e Cina di aver rotto l'equilibrio; dall'altro, la crescente insofferenza verso la linea dura di Teheran, che usa lo Stretto come un'arma di ricatto collettivo. La risposta dell'Aiea, attesa nelle prossime ore, potrebbe rappresentare una via per tentare di de-escalare la crisi, sebbene la contrapposizione militare tra Washington e Teheran, ormai palese, lasci presagire che la partita si giochi più sui campi di battaglia che nei tavoli diplomatici.

Il 21 luglio, intanto, la tensione resta altissima e le cancellerie di mezza Europa hanno già attivato i piani di emergenza per l'evacuazione dei propri cittadini presenti in Iran e negli Emirati.

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