Lo Stretto di Hormuz è aperto solo per le navi dirette in Cina, e forse in India
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Redazione Esteri
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Il blocco dello Stretto di Hormuz, la sottile via d’acqua da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, non è poi così totale come la retorica bellica vorrebbe far credere. Se è vero, come confermano i dati satellitari e le rilevazioni delle società di tracking, che il naviglio mercantile internazionale di fatto non osa più avventurarsi in quel tratto di mare iraniano, è altrettanto vero che una deroga sostanziale esiste, ed è a beneficio quasi esclusivo della Cina. Le petroliere cariche di greggio, in particolare quelle battenti bandiera della Repubblica Popolare o che semplicemente dichiarano attraverso i sistemi di identificazione di essere di proprietà cinese, continuano a transitare, a caricare e a scaricare. Secondo i dati diffusi da TankerTrackers e riportati da Cnbc, dall’inizio delle ostilità – ovvero dal 28 febbraio, quando i raid congiunti di Stati Uniti e Israele hanno portato alla morte del leader supremo Ali Khamenei – Teheran sarebbe riuscita a spedire in Estremo Oriente non meno di 11,7 milioni di barili di greggio. Tutti, o quasi, con un’unica destinazione: la Cina.
La dinamica, va detto, non è casuale né tantomeno il frutto di una riapertura generalizzata del canale. L’Iran, che attraverso il suo nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei ha ribadito la necessità di «continuare a usare la leva del blocco», gestisce in realtà il passaggio in maniera selettiva, trasformando lo Stretto in uno strumento di pressione politica e di ricompensa commerciale. La scelta di privilegiare Pechino risponde a una logica precisa: il greggio iraniano, pesantemente sanzionato dall’Occidente, trova nella Cina l’unico sbocco commerciale di massa, soprattutto attraverso quelle raffinerie indipendenti che operano al di fuori del circuito finanziario dominato dal dollaro. Lo ha capito bene Abdolreza Rahmani Fazli, l’ambasciatore di Teheran a Pechino, che nei giorni scorsi ha pubblicamente rivendicato il ruolo dell’Iran come «garante della sicurezza dello Stretto», sottolineando l’importanza del passaggio sicuro per le navi di tutti i Paesi, ma aggiungendo una postilla non trascurabile: se la sicurezza generale dell’area non può essere garantita, nemmeno Teheran può rispondere dell’incolumità delle traversate.
Il ruolo geopolitico dell’isola di Kharg e la macchina del greggio
Il cuore pulsante di questo flusso selettivo batte sull’isola di Kharg, la principale piattaforma di esportazione iraniana situata a poche decine di chilometri dalla costa di Bushehr. L’infrastruttura, da cui normalmente transita oltre il novanta per cento del greggio esportato dall’Iran, è paradossalmente rimasta intatta dopo dodici giorni di bombardamenti. Una scelta, quella di Stati Uniti e Israele, che gli analisti spiegano con la volontà di evitare un’impennata incontrollata dei prezzi del petrolio: colpire Kharg significherebbe togliere dal mercato l’intero flusso di esportazioni iraniano, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale e per gli stessi alleati asiatici di Washington. Così, mentre le petroliere saudite, qatariote e kuwaitiane restano ferme ai due lati dello Stretto, quelle dirette in Cina continuano ad attraccare a Kharg, a caricare e a ripartire, spesso oscurando i sistemi di localizzazione per non farsi intercettare, o dichiarando falsamente una proprietà cinese per aggirare i controlli.
Pechino e le scorte strategiche: l’effetto cuscinetto
La Cina, dal canto suo, ha giocato d’anticipo. I dati forniti da Kpler, altra agenzia specializzata nel tracciamento delle materie prime, raccontano di un vero e proprio accumulo precauzionale nei mesi precedenti lo scoppio del conflitto. Nei primi due mesi del 2026 Pechino ha importato il 15,8 per cento di petrolio in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e parte di quel greggio è finito a rimpolpare le riserve strategiche. Si stima che la Repubblica Popolare disponga oggi di scorte sufficienti a coprire oltre quattro mesi di importazioni ai volumi attuali, un dato che le consente di guardare alla crisi con una certa tranquillità e, soprattutto, di evitare di aderire al maxi-rilascio di riserve coordinato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Nel frattempo, per non sprecare una goccia di quel tesoro, Pechino ha bloccato le esportazioni di carburanti raffinati per tutto marzo, dirottando la produzione interna verso il mercato domestico.
La questione indiana e le smentite di Teheran
Resta da capire se il parziale via libera iraniano riguardi anche l’India, altro grande importatore asiatico storicamente legato a Teheran da rapporti commerciali e energetici. Fonti iniziali avevano lasciato intendere che anche Nuova Delhi avrebbe ottenuto un trattamento di favore, con il passaggio garantito per le proprie petroliere. Ma la notizia, rilanciata da alcune agenzie, è stata prontamente smentita da fonti vicine al regime iraniano, secondo cui nessun accordo specifico sarebbe stato siglato con il governo indiano. Una posizione, questa, che conferma la natura squisitamente politica della riapertura selettiva: il greggio continua a fluire, ma solo dove serve a tenere in vita l’alleato cinese e a mandare un messaggio chiaro al resto del mondo. Lo Stretto, insomma, è chiuso per tutti, ma per qualcuno la porta è sempre socchiusa.




