Stretto di Hormuz, l’incubo dei mercati: petrolio e gnl intrappolati, Maersk ferma le navi
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Redazione Economia
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Non è soltanto lo scenario geopolitico a essere precipitato, dopo l’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele che ha preso di mira il cuore del potere iraniano, ma è l’intero sistema degli scambi energetici globali a essersi improvvisamente inceppato. Lo Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio marittimo che incanala un quinto del petrolio e una quota analoga di gas naturale liquefatto prodotto nel pianeta, è di fatto paralizzato. Le immagini satellitari e i dati delle piattaforme di tracciamento, come MarineTraffic, raccontano una fotografia nitida e al tempo stessa surreale: almeno centocinquanta petroliere, cariche di greggio e di gnl, hanno gettato le ancore in acque aperte, ammassandosi al largo delle coste di Iraq, Arabia Saudita e Qatar, in attesa di capire se e quando sarà possibile riprendere la navigazione. Il colosso danese Maersk, primo operatore mondiale nel trasporto container, ha già comunicato la sospensione di tutti i transiti, una decisione presa "a tutela della sicurezza degli equipaggi, delle navi e dei carichi", e che altri grandi armatori, da Hapag-Lloyd a Cma Cgm, si apprestano a imitare.
La dichiarazione dei Pasdaran, che hanno avvertito le imbarcazioni circa l’impraticabilità delle acque, ha trasformato quella che per decenni era stata una minaccia retorica in una realtà operativa con cui fare i conti. L’annuncio della chiusura, per quanto motivato ufficialmente con l’aggravarsi delle condizioni di sicurezza dopo gli attacchi subiti dall’Iran, ha sortito un effetto immediato a catena. Navigare oggi nello Stretto significa esporsi a un rischio inaccettabile, e ne è la prova l’attacco subito da una petroliera battente bandiera di Palau al largo di Khassab, in Oman, con un equipaggio di venti persone a bordo di cui quattro sono rimaste ferite. È la conferma che la minaccia non è soltanto verbale, ma concreta, e che il passaggio delle circa venti milioni di barili giornalieri – che rappresentano la linfa per le economie asiatiche prima di tutto – non può più essere garantito.
L’effetto sulle quotazioni e la posizione della Casa Bianca
Quando le operazioni militari entrano nel vivo e le rotte commerciali si bloccano, i mercati delle materie prime smettono di seguire le logiche dell’offerta e della domanda per entrare in una fase di pura tensione. Gli analisti internazionali già prefigurano scenari che oscillano tra i cento e i centoventi dollari al barile, qualora la chiusura dovesse protrarsi nel tempo. Un balzo di questa portata, che riporterebbe il greggio ai massimi toccati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, rischia di riaccendere la fiammata inflazionistica in un momento particolarmente delicato. L’Opec+, riunitasi in via d’urgenza, ha tentato di inviare un segnale distensivo aumentando la produzione di 206mila barili al giorno per il mese di aprile, ma si tratta di una misura che appare del tutto simbolica, incapace di compensare anche solo in minima parte l’interdizione di un’arteria vitale come Hormuz.
Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump, tornato alla guida degli Stati Uniti, adotta un tono che volutamente minimizza la portata dello shock energetico. Intervistato da Fox News, alla domanda se fosse preoccupato per l’impennata del prezzo della benzina e le sue ripercussioni sull’economia americana, ha risposto con un secco "Non sono preoccupato per nulla", aggiungendo che i prezzi, in qualche modo, "saranno gestiti come sempre". Una dichiarazione, la sua, che stride con l’allarme oggettivo che si è diffuso nelle cancellerie europee e asiatiche, dove l’effetto domino di un rincaro delle materie prime rischia di tradursi in un colpo durissimo per il potere d’acquisto delle famiglie e per la tenuta della ripresa economica. La partita che si gioca nelle acque del Golfo, in altre parole, è destinata a riverberarsi ben oltre i confini mediorientali, ridefinendo gli equilibri finanziari e commerciali dell’intero Occidente.
Il nodo logistico e la paralisi delle forniture
Il blocco di fatto dello Stretto non interrompe soltanto i flussi petroliferi, ma congela anche una parte consistente del commercio di gas naturale liquefatto, in gran parte proveniente dai terminal qatarioti. Per Paesi come l’Italia e il resto d’Europa, che dopo la crisi ucraina hanno aumentato la propria dipendenza dal gnl per diversificare le fonti, questa eventualità rappresenta una battuta d’arresto pesantissima. Le navi metaniere, al pari delle petroliere, sono ferme in rada, impossibilitate a raggiungere i mercati di sbocco, e con loro si fermano anche le industrie e le centrali elettriche che attendono quei carichi per funzionare. La rotta alternativa che aggira il Capo di Buona Speranza, già utilizzata per evitare i problemi nel Mar Rosso, allunga i viaggi di migliaia di chilometri e di settimane, con un conseguente aumento vertiginoso dei costi di trasporto e dei noli.
Oltre al greggio e al gas, l’area del Golfo Persico è un hub strategico per un’intera filiera di prodotti chimici e petroliferi: metanolo, gpl, etilene e una pletora di derivati che alimentano l’industria pesante e leggera di mezzo mondo. L’interruzione dei collegamenti via mare in un punto così nevralgico rischia di innescare una reazione a catena nelle catene di approvvigionamento globali, colpendo settori che vanno dalla plastica ai fertilizzanti, con effetti che potrebbero propagarsi fino all’agricoltura e all’industria alimentare, specialmente in Asia e in Africa. La paralisi, insomma, non riguarda solo le macchine termiche, ma l’intero apparato produttivo di economie ancora fragili e dipendenti dalle importazioni.
L’incognita della durata e i primi segnali dai mercati
Mentre la diplomazia internazionale tace e le operazioni militari proseguono, con il primo ministro israeliano Netanyahu che promette di aumentare l’intensità degli attacchi "nel cuore di Teheran", i mercati finanziari hanno già cominciato a prezzare il rischio. Il Bitcoin, spesso considerato un asset refugio o comunque speculativo, è scivolato sotto i 64mila dollari, segno che la liquidità tende a ritirarsi di fronte all’incertezza radicale. La chiusura dello Stretto, infatti, non è paragonabile alle tensioni degli ultimi anni: se durante la cosiddetta "guerra delle petroliere" negli anni Ottanta si contarono oltre cinquecento attacchi, il contesto commerciale e logistico odierno è profondamente diverso, globalizzato e interconnesso, e una ferita in quel punto specifico rischia di dissanguare l’intero sistema.
Per il momento, l’unica certezza è quella dell’immobilismo: centinaia di navi ferme, equipaggi in attesa, carichi di valore incalcolabile che non arrivano a destinazione. La domanda, a questo punto, non è più se il prezzo del petrolio salirà, ma quanto salirà e per quanto tempo l’economia globale potrà reggere un simile stress. La replica di Trump, che rivendica di fare "ciò che è giusto" senza preoccuparsi delle conseguenze sui prezzi, lascia presagire che la priorità della Casa Bianca, in questa fase, sia altrove.




