La guerra in Iran stravolge i mercati, corsa all'oro e al petrolio mentre le borse arretrano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare nello Stretto di Hormuz, con gli attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran che hanno coinvolto anche infrastrutture energetiche e data center nella regione, ha prodotto un terremoto immediato sui listini di tutto il mondo e, conseguentemente, un radicale riassetto delle priorità nei portafogli degli investitori. Se da un lato le borse asiatiche, con Tokyo e Seul in testa, hanno registrato cali a doppia cifra percentuale nella seduta notturna, dall’altro il petrolio — il cui greggio Brent è volato fino a sfiorare i 137 dollari al barile prima di un lieve ripiego — e l’oro, tradizionale bene rifugio per antonomasia, hanno visto impennare le proprie quotazioni in un contesto di crescente avversione al rischio. I rendimenti dei titoli di Stato, in particolare i Treasury americani, hanno mostrato un incremento, sintomo di una riallocazione dei capitali in cerca di protezione, mentre il dollaro si è rafforzato sulle altre valute.

Petrolio e materie prime, il timore di una crisi energetica prolungata

Il punto nevralgico della crisi risiede nella possibile durata dell’interruzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, un passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Gli analisti di Goldman Sachs hanno rivisto al rialzo le previsioni sul Brent, portandolo a 76 dollari per il secondo trimestre, ma avvertono che un blocco prolungato per diverse settimane potrebbe spingere le quotazioni verso i 100 dollari, innescando una pericolosa spirale inflazionistica. L’amministrazione Trump, in coordinamento con i Paesi del G7, ha già attivato procedure di emergenza per il rilascio coordinato delle riserve strategiche, una mossa che in passato era stata utilizzata solo in occasione di eventi catastrofici come l’uragano Katrina o la prima guerra del Golfo, e che mira a calmierare un prezzo dell’energia ormai fuori controllo. Il rincaro delle materie prime energetiche, come sottolineato anche dagli strateghi di Schroders, rischia di tradursi in uno shock sui costi di produzione e, a cascata, sui prezzi al consumo, complicando ulteriormente il lavoro di banche centrali come la Federal Reserve, già alle prese con un'inflazione ancora ostinata e con un mercato del lavoro che mostra segni di raffreddamento.

L’oro torna protagonista, la corsa al metallo giallo

In questo clima di incertezza geopolitica e macroeconomica, l’oro ha riacquistato il suo ruolo di ancora di salvezza per i risparmiatori. Il prezzo del metallo prezioso, che viaggia ormai stabilmente sopra i 5.000 dollari l’oncia, ha visto una revisione massiccia delle stime da parte dei grandi istituti di credito: BNP Paribas ha aumentato la propria previsione sul prezzo medio per il 2026 del 27%, portandola a 5.620 dollari, con punte attese oltre i 6.250 dollari entro la fine dell'anno. La domanda, spiegano gli esperti, non proviene solo dai piccoli investitori in cerca di protezione, ma soprattutto dalle banche centrali dei mercati emergenti — dalla Cina alla Polonia — che stanno accelerando il processo di diversificazione dalle riserve in dollari, accumulando oro fisico per blindare i propri attivi contro i rischi valutari e le possibili sanzioni. JP Morgan, dal canto suo, ha fissato un range di prezzo tra i 6.000 e i 6.300 dollari, definendo la recente volatilità al ribasso come una potenziale occasione di ingresso per chi guarda al lungo termine.

Azioni e obbligazioni, la volatilità cambia le strategie

Parallelamente alla corsa all’oro, le borse europee e statunitensi hanno subito un deciso ridimensionamento, riassorbendo buona parte dei guadagni accumulati nei primi mesi dell'anno. L'indice Msci World, pur mantenendo un trend positivo su scala decennale, sta scontando una volatilità che gli operatori descrivono come fisiologica in contesti bellici. Gli esperti di Schroders, Patrick Brenner e Joven Lee, raccomandano una strategia difensiva ma non paralizzante: "la diversificazione deve essere deliberata e lungimirante", suggeriscono, mettendo in guardia dal panic selling, ovvero dalla tentazione di vendere in preda al panico. Per chi cerca rendimenti, l’azionario rimane un'opzione, ma con un approccio più selettivo e orientato ai fondamentali, mentre l’obbligazionario dei mercati emergenti e i titoli indicizzati all'inflazione potrebbero offrire una copertura più efficace rispetto ai bond governativi tradizionali, la cui sostenibilità del debito, specie in un'era di politiche fiscali espansive, inizia a essere messa in discussione.

Bitcoin e asset digitali, una correlazione pericolosa

Se l’oro beneficia della fuga dal rischio, lo stesso non si può dire per il bitcoin e le criptovalute. Contrariamente alla narrazione che li vorrebbe come "oro digitale", gli asset crittografici stanno mostrando una forte correlazione con l'azionario, comportandosi di fatto come attività sensibili al rischio. Il bitcoin ha perso oltre il 22% dall'inizio dell'anno e ben il 45% dai massimi storici dell'autunno precedente. Secondo gli analisti di BNP Paribas, il calo del prezzo delle criptovalute in concomitanza con il rialzo dell'oro indica una chiara rotazione del capitale: gli investitori stanno abbandonando gli strumenti speculativi per rifugiarsi nei porti sicuri tradizionali. L'unica nota di interesse in questo settore riguarda le stablecoin garantite in oro, che potrebbero offrire un ponte tra la finanza digitale e il metallo fisico, aumentando potenzialmente la domanda di quest'ultimo. In un contesto di tassi d'interesse ancora incerti e di una Fed che, con il prossimo cambio al vertice con Kevin Warsh, si appresta a navigare acque sempre più agitate, la prudenza e la selezione attenta degli asset restano le uniche bussole affidabili.

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