Oro e argento, vendite dopo il record: la correzione e il messaggio dei bond
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Redazione Economia
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Non è bastato il balzo oltre i 5.380 dollari, toccato nella giornata di lunedì, a consolidare il rally dell’oro. Il metallo prezioso, dopo aver raggiunto il suo massimo storico in un contesto di crescente tensione in Medio Oriente e di un’impennata dei prezzi energetici che ha risvegliato gli spettri inflazionistici, ha subito una brusca inversione di tendenza. Il prezzo spot ha invertito la rotta, cedendo il 3% per attestarsi sui 5.144,3 dollari l’oncia, una correzione che ha interrotto un apprezzamento superiore al 3% maturato nelle quattro sedute precedenti. Ancora più violenta la flessione dell’argento, che dopo un picco intraday a 91,34 dollari è scivolato del 6,5% a 82,28 dollari l’oncia, salvo poi approfondire il ribasso nelle ore successive.
Se inizialmente si poteva parlare di una fisiologica presa di profitto dopo una corsa così intensa, il proseguimento delle vendite ha raccontato una storia diversa e più complessa. L’oro ha accelerato la discesa fino a perdere oltre il 4%, spingendosi in area 5.075 dollari, mentre l’argento è arrivato a cedere più del 12%, scivolando poco sotto la soglia dei 78 dollari. Un movimento così repentino, in apparenza contraddittorio in un momento di forte incertezza geopolitica come quello attuale legato all’escalation del conflitto con l’Iran, ha spinto gli operatori a guardare altrove per decifrare il vero umore dei mercati.
Il vero termometro è nei rendimenti, non solo nei preziosi
La spiegazione di questa dinamica, che ha visto i beni rifugio per antonomasia perdere terreno proprio quando ce li si aspetterebbe più forti, va cercata altrove. Gli investitori, di fronte all’escalation militare e al conseguente shock petrolifero che ne deriva, hanno cambiato le loro priorità. La corsa al dollaro e, soprattutto, il repentino rialzo dei rendimenti dei Treasury americani hanno offerto una pista più chiara. Il biglietto verde si è rafforzato rendendo il metallo giallo, quotato in dollari, più costoso per chi detiene altre valute, innescando vendite. Parallelamente, l’aumento dei tassi reali ha eroso l’attrattiva dell’oro, che rimane un'attività priva di cedole, a differenza dei bond che tornano a offrire un rendimento certo in un mare di incertezze. Gli operatori hanno così preferito la liquidità e la sicurezza dei titoli di Stato, in un movimento che alcuni analisti hanno definito di fuga nel denaro liquido piuttosto che nell'oro fisico.
VanEck e T. Rowe Price: la resilienza strutturale dell’oro
Nonostante la violenza della correzione, che ha colpito in modo più marcato l’argento, esposto anche alla dinamica della domanda industriale, diverse voci autorevoli invitano a non leggere questo movimento come la fine del ciclo rialzista. La stessa società di gestione VanEck, attraverso il suo ETF sugli estrattori minerari, osserva come il realizzo fosse ampiamente atteso dopo una salita così verticale, ma che i fondamentali a supporto del metallo restano solidi. L’incertezza sulle politiche commerciali e l’instabilità geopolitica continuano a giocare a favore dell’oro come bene rifugio per eccellenza.
Un'analisi di Matt Bance, strategist di T. Rowe Price, ha evidenziato come proprio in questo passaggio stia emergendo la resilienza dell'oro, in particolare se confrontata con altri asset. Sebbene il posizionamento speculativo fosse cresciuto su tutti i metalli preziosi, la tenuta del gold rispetto a quelli che lui definisce privi dello status di riserva ufficiale ne conferma il ruolo monetario unico. Un confronto, quest'ultimo, che diventa ancora più istruttivo se allargato alle criptovalute: spesso etichettato come oro digitale, il bitcoin ha mostrato una correlazione maggiore con gli asset rischiosi, subendo perdite significative in contesti di rialzo dei tassi, rafforzando così per differenza l'attrattiva del lingotto come diversificatore di portafoglio e copertura strategica, non come operazione ciclica.
I bond raccontano la sfida all’inflazione e il ruolo delle banche centrali
Osservando i rendimenti dei titoli di Stato, si comprende meglio la direzione presa dai capitali. L'incremento dei tassi, sospinto dalle attese di una Federal Reserve costretta a rimandare i tagli per contrastare le nuove spinte inflazionistiche derivanti dal caro-energia, rende il dollaro più forte e il metallo non redditizio meno appetibile nel breve. Eppure, proprio in questo scostamento dalla tradizionale relazione inversa tra rendimenti reali e prezzo dell'oro risiede la chiave di volta. La domanda strutturale e per certi versi "insensibile al prezzo" da parte delle banche centrali, intente a diversificare le proprie riserve in un contesto di erosione della fiducia nelle valute fiat, continua a fornire un sostegno importante al mercato, un supporto che gli analisti ritengono destinato a durare. È questo parziale disaccoppiamento, questa domanda istituzionale che prescinde dalle fluttuazioni giornaliere, a suggerire che, una volta assorbita l’onda corta della liquidazione, la rotta per l’oro possa rimanere quella tracciata nei mesi precedenti.




